Le fratture dell’establishment di GLG

gianfranco

Qui

il fatto che preoccupi la Nato e abbia gli strali della Merkel e di questi vertici UE potrebbe essere solo un titolo di merito se fosse qualcosa che viene perseguito con determinazione e andando allo scontro, dopo adeguato chiarimento alla popolazione dell’infamia di questa organizzazione militare, che si pretendeva baluardo del “mondo libero” contro l’“impero del male”. Quando quest’ultimo crollò, questa organizzazione a rigor di logica sarebbe dovuta scomparire. Invece restò e perfino si rafforzò, chiarendo a chiunque abbia un briciolo di cervello e sia in buona fede che era solo la nuova forma di subordinazione ad una potenza predominante; forma tipica del nuovo capitalismo che aveva sostituito il “capitalismo borghese”, abituato alle vecchie forme di colonialismo tipiche della dominazione inglese (e francese). E venne così anche questa infame UE, prolungamento politico di tale subordinazione e già preparata dai “padri dell’Europa” (riveriti quando dovrebbero essere disprezzati) vendutisi ai predominanti statunitensi.
Oggi, in una situazione di crescenti difficoltà Usa con un multipolarismo in fin troppo lenta accentuazione (speriamo acceleri), si è prodotta una frattura nell’establishment americano, che ha messo in crisi anche quello dei subordinati europei, ancora per l’essenziale ancorato ai vecchi predominanti statunitensi (che avevano tentato di portare alla presidenza la Clinton). Dunque è momentaneamente accettabile quella forma di sostanziale filo-americanismo che si oppone però a questo infame servitorame dell’attuale UE (e dei governi tedesco, francese, ecc.); si accolga con interesse il viaggio che sta facendo Bannon in giro per il nostro continente e lo si aiuti a mettere in crisi tale gruppo banditesco ancora al comando. Con la consapevolezza, tuttavia, che dovrà nascere una ben diversa forza politica capace di spazzare via, con estrema violenza, tutta questa genia (politica, economica, culturale) che impesta l’Europa da oltre settant’anni e che è nettamente peggiorata nell’ultimo quarto di secolo.

E adesso trapela anche un’altra notizia:

Qui
E non si sapeva chi è Draghi? Incensato anche dal vile nano e dal suo partito, con cui Salvini tiene ancora rapporti. Bene, tutto sempre più chiaro. E sempre più ci si rende conto dei limiti di queste forze oggi al governo in Italia; e anche in altri paesi europei. Si dovrà arrivare all’eliminazione di ogni forma di filo-americanismo; e non certo con la ricerca affannosa di mettere insieme i voti di gente che non ha la minima idea dei bisogni impellenti di un’Europa in marcescenza. E l’Italia sta ancora peggio. Inutile però insistere con le parole. Le esigenze sono fin troppo evidenti, ma si è tuttora in stato d’inedia.

BUTTIAMO FUORI L’OCCUPANTE AMERICANO E I SUOI LACCHE’

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La larga vittoria di Putin alle ultime elezioni russe è stata accolta malissimo in Occidente. Nessun altro leader europeo o americano può vantare simili percentuali di gradimento elettorale. Sarà stata l’invidia o la bassa statura strategica ma i capi di Stato e di governo del primo mondo non si sono accalcati per congratularsi con lo “zar”. Solo poche ore fa è arrivata la telefonata di Trump, il quale, essendo a capo della superpotenza americana non deve guardarsi intorno, scrutando quello che fanno gli altri, prima di agire.
La vergognosa Europa dimostra ancora una volta di quale pessima stoffa è fatta e a quale volgarità diplomatica è ormai giunta nella sua totale decadenza. Il circo mediatico italiano, anche di fronte a risultati schiaccianti ed inequivocabili, ha voluto parlare di brogli o di bassa affluenza anziché mettere in evidenza l’unica realtà accertata, ovvero la superiorità indiscussa del Presidente uscente e rientrante a furor di popolo per la quarta volta in 20 anni. Lui amato dagli elettori, i nostri politici odiati e insultati perché hanno distrutto il Paese ed il continente. Non teme di cadere nel ridicolo la casta giornalistica nostrana criticando aspramente la classe dirigente russa mentre in patria ignora o minimizza i maneggi sulle schede provenienti dall’estero o la disaffezione crescente versi i partiti e le istituzioni che si traduce in sempre più scarsa partecipazione al rito democratico?
Evidentemente, l’impalcatura ideologica che pennivendoli e sedicenti commentatori si sono costruiti intorno, benché diroccata e traballante, sembra loro ancora un buon riparo dai mutamenti mondiali. Ma non è così. La gente non li sta più a sentire e nemmeno a leggere, hai voglia a parlare di Putinia, di aggressività di Mosca, di dittatura o di democratura e tante altre belle stronzate che speriamo vadano loro di traverso. Moriranno strozzati dalla loro stessa merda e non accadrà fra tantissimo tempo.
Di che cosa si accusa poi Putin? Di aver avvelenato una spia passata al nemico? Pure un bambino capisce che si tratta di “inside job” per gettare fango su un personaggio, non allineato e non gradito alla famigerata “comunità internazionale”, per un ennesimo successo politico scontato. Di aver creato instabilità globale? Di disprezzare la sovranità dei vicini e dei lontani? Di non rispettare le regole del diritto internazionale? Di boicottare la democrazia elettorale? Non si può incolpare Mosca per l’innescarsi fenomeni oggettivi che dipendono dal metamorfosarsi degli equilibri internazionali. Mosca agisce in questa situazione nella quale sono Usa (e alleati), in quanto campo predominante, sebbene in relativo declino, ad operare spregiudicatamente nel tentativo di frenare l’avanzante multipolarismo. La geopolitica del caos di Obama s’inseriva a pieno titolo in questo tentativo, solo in parte riuscito. Per l’Occidente a guida Usa si tratta di salvare la sostanza (il proprio predominio egemonico) modificando alcune forme, per gli sfidanti di rivoluzionare l’una e le altre al fine di stabilire nuovi rapporti di forza, approfittando dei vuoti che si aprono a causa della frantumazione delle sfere d’influenza che la fase storica impone a tutti gli attori. Ogni cosa declina su questa terra per dinamiche intrinseche e per risvolti di azioni soggettive (ma soprattutto per evoluzione di condizioni oggettive). Ma ribadiamo, non si tratta di malvagità di qualcuno, non esiste l’asse del male, non esisteva nemmeno in passato. Non sono cattivi gli americani e non lo sono i russi. Tanto meno possono essere buoni. Semmai, i primi sono molto più ipocriti dei secondi perché nascondono dietro grandi narrazioni libertarie i loro piani di dominazione del globo, accusando i nemici di nefandezze che essi sono i primi a commettere. Non entriamo nel merito delle guerre scatenate dagli yankees negli ultimi tempi perché non la finiremmo più. I russi, al momento, non possono eguagliarli ma se potessero non si tirerebbero indietro per salvaguardare loro “sicurezza” nazionale ed internazionale. Ci provano ma non sono ancora all’altezza di cotanta assertività ed anche spietatezza. E finché non lo saranno resteranno secondi a quelli ma non sottomessi come i lacchè dell’impero. Dunque, auguriamoci che i russi (e gli europei divincolatisi un giorno dal giogo di Washington) diventino presto come gli americani, affinché il monopolio della violenza possa distribuirsi meglio tra i competitori, fino all’affermarsi di un diverso ordine delle cose, in quanto quello in auge è divenuto sconveniente per troppi popoli, a partire dal nostro.
Piuttosto, evitiamo di cadere nell’errore dei cantori dell’american way of life, della democrazia, della società civile, del mercato e delle tante altre sciocchezze di diretta derivazione oltreoceanica, sentendoci moralmente superiori o costantemente nel giusto. Non importa essere nel giusto, bisogna indebolire la società statunitense perché il suo imperio ci è oltremodo svantaggioso oltre che ripugnante per le sue continue degradazioni culturali.
Ristabiliamo, inoltre, un minimo di verità storica. Per esempio. Quando l’Urss è collassata gli Usa sono arrivati fino alle porte della Russia. Hanno inglobato molti stati dell’ex patto di Varsavia nella Nato, poi sono passati ad inglobare o associare quelli dell’ex Unione Sovietica, l’Ue si è ugualmente allargata alla maggioranza di detti satelliti di Mosca riscrivendo le cartine geografiche. Sono vicende note. Inoltre, nonostante lo smantellamento degli arsenali sovietici hanno continuato ad armarsi violando o stracciando i trattati sui missili balistici e sugli ordigni nucleari. Hanno esagerato eppure non sono riusciti ad impedire che la Russia risorgesse dalle sue ceneri, oggi come media potenza ma domani, forse, come attrattore di un polo antagonistico e portatore di un diverso modello sociale. Dobbiamo augurarci che l’aggressività russa diventi veramente tale ma in alleanza con risorgenti protagonisti europei, stufi di sottostare agli ordini di un occupante che non vuole più sloggiare dalla fine della II Guerra mondiale.

TRA IL DIRE E IL FARE….., di GLG

gianfranco

 

“Il nostro programma è uno soltanto. Noi vogliamo abbattere la globalizzazione, noi vogliamo il protezionismo per le nostre aziende e punire chi delocalizza, noi vogliamo combattere per i diritti dei lavoratori, per il salario dignitoso, noi vogliamo la sovranità politica e monetaria, noi siamo il popolo e col popolo, contro i mercati finanziari ma per i mercati rionali. Oggi non esistono più destra e sinistra, oggi esistono chi sta col popolo e chi sta col grande capitale. E noi siamo i nemici del grande capitale. Noi vogliamo un esercito forte. In politica estera noi vogliamo la sovranità rispetto alla UE, noi vogliamo un’alleanza con la Russia e non la servitù della Nato.
Sull’immigrazione noi vogliamo il blocco navale, chiudere le frontiere e l’espulsione di tutti i clandestini. Noi fermeremo l’invasione e non permetteremo la sostituzione etnica. Noi vogliamo che le famiglie italiane abbiano più figli e daremo incentivi economici.
Questa è Italia sovrana. È l’inizio di una rivoluzione nazionale. Chiediamo agli italiani di darci il 40% per portare le nostre idee al potere”.

Queste sono parole della Meloni all’odierna manifestazione a Roma. Nella sostanza, e non volendo sottilizzare troppo soprattutto in questa disgraziata fase storica, si tratta di propositi non disprezzabili. C’è soltanto un “ma”. Non si può chiedere il 40% + 1 dei voti per realizzarli. Intanto, si può avere la netta contrarietà del 60% – 1. E poiché ogni 5 anni si vota (ammesso che l’avversario non riesca a sottrarti parlamentari eletti con te e farteli votare contro in Parlamento, quest’“aula sorda e grigia” com’è ben noto), tu devi stare attento ai mutamenti “d’umore” della cosiddetta opinione pubblica, che è quanto di più volatile ci sia (anche questo dovrebbe essere ben noto a chi ha memoria storica). E allora ci possono essere incertezze; alcuni parlamentari, pensando alla zona dove sono stati eletti e in cui si ripresenteranno dopo 5 anni, cominceranno magari a tentennare, a fare discorsi un po’ “strani” e contorti, non volendo appunto scontentare i propri elettori che hanno un po’ mutato le loro idee, ma nemmeno i vertici del partito che ti deve ricandidare. E dunque si ricomincia con le pantomime e le giravolte, che hanno caratterizzato la vita di tutte le nazioni cosiddette “democratiche” da tempo ormai quasi immemorabile.

In genere, è invece necessario che una élite, dotata di simili propositi, approfitti di una situazione in cui il malcontento si fa sempre più consistente, in cui fette non indifferenti di ceti “popolari”, e anche “medi” in fase di impoverimento, si vanno incattivendo. Bisogna quindi organizzare tutto quanto è necessario per approfittare di un’occasione che faccia fare un salto al malcontento e incattivimento in questione; e a quel punto ci si muove per occupare il complesso degli spazi in quelle date istituzioni, creandone poi di nuove e idonee allo scopo. Ci si scontrerà però, e non certo con semplici discussioni da bar, con le istituzioni esistenti e con chi ci vive e ne approfitta, comodamente assiso in esse. Bisogna conquistare il favore di determinati organismi appositamente creati per il sedicente “mantenimento dell’ordine”, convincendone una parte decisiva a difendere un ordine diverso. E se queste forze non sono “mature” per accettare un cambio di indirizzo, bisogna riuscire a sconfiggerle con le “tue truppe” e a creare nuovi organismi di “mantenimento dell’ordine”. E…. non continuo, spero abbiate compreso che parlare in una piazza a coloro che già stanno con te, ma che non vogliono rischiare un solo pelo della loro tranquillità di vita, è una cosa; realizzare determinati progetti – lo ripeto, approvabili nella sostanza – è cosa totalmente, stellarmente, differente.

I progetti manifestati dalla Meloni, non si realizzeranno stabilmente con il 40% dei voti (che poi temo siano un sogno per non so quanti anni ancora). Certi discorsi servono solo a rendere soddisfatti quelli che già ti votano, avere magari voti in più e dunque un po’ di udienza in più presso le stesse istituzioni e l’identico sistema politico, che ci hanno condotto a questa situazione di disastro e di disfacimento anche culturale. Occorre una vera “rigenerazione” e non si ottiene con le parole utili ad “infiammare” i tuoi abituali sostenitori. Comunque, prendiamo atto che ci sono dati mutamenti d’opinione, qualcosa di nuovo sembra serpeggiare. Va bene, seguiamo lo sperabile montare di rabbia e volontà di sbarazzarsi di questi mediocri, e anche imbroglioni, che pullulano nel mondo politico odierno. Per non parlare di quello detto intellettuale, che desta stupefazione ogni giorno di più per la sua arroganza unita ad una pochezza epocale. Può essere che il clima stia mutando, in modo però ancora molto incerto e non deciso. Comunque seguiamone l’evoluzione.

LA RUSSIA NON VUOLE INVADERE I VICINI

BASI

 

Se i russi potessero innalzerebbero ancora la loro bandiera sul Reichstag, come nel 1945. Ma non accadrà perché la Russia è ormai una potenza di seconda fascia che anela, certamente, a recuperare il terreno perduto dopo la dissoluzione dell’Urss, nel 1991, ma non a spingersi, hic et nunc, dentro conflitti dai quali uscirebbe sconfitta. Putin, pertanto, non vuole occupare i paesi vicini, non le ex Repubbliche Sovietiche e nemmeno i vecchi membri del Patto di Varsavia. Non ha la forza militare per arrischiarsi in simile avventura o quella politico-ideologica, come fu il comunismo, per forgiare classi dirigenti amiche pronte a condividere la medesima prospettiva storica e sociale.
Chi ha, invece, allungato i suoi tentacoli dietro la fu cortina di ferro è stata la Nato, approfittando del collasso dell’Unione Sovietica. Stesso ragionamento vale per l’UE che, a rimorchio di Washington, ha inglobato molti satelliti di Mosca, modificando le cartine geografiche europee. Per questo è davvero paradossale che si accusi la Russia di aver violato il diritto internazionale, annettendo la Crimea, laddove, quanto meno, europei e americani hanno aperto le danze in precedenza, violando la sovranità di numerose nazioni, prima e dopo la guerra alla Serbia del ’99 per la questione kosovara. Stando così le cose qual è il senso di dispiegare 5000 soldati americani nell’Europa dell’Est? Non sicuramente quello di proteggere Varsavia o le Capitali Baltiche da una impossibile invasione russa. E perché piazzare uno scudo antimissile puntato sul Cremlino tra Polonia e Romania? Per un equivalente motivo. E’ chiaro che la propaganda occidentale ci propina un discorso rovesciato. In realtà, sono la Casa Bianca e le altre Cancellerie continentali a portare una minaccia nella tana dell’orso affinché non si spinga nuovamente in territori di caccia più vasti. C’è pure un’altra causa che spiega le iniziative statunitensi nella nostra area. La necessità di tenere sotto il tallone di ferro anche l’Europa alla quale occorre impedire di stringere alleanze con il gigante slavo in funzione antiegemonica, cioè appunto antiamericana. Lo spettro di un asse Berlino-Mosca è il principale timore dei predominanti d’oltreoceano, l’unico evento che potrebbe mettere seriamente a rischio la loro assoluta potenza.
Nonostante l’evidenza di questi fatti, a dir poco inequivocabili, i nostri poveri scribacchini fanno a gara per negare quello che più chiaro non potrebbe essere. Soltanto i giornalisti nostrani riescono ad esporsi a cime così elevate di ridicolaggine. Per esempio, Raineri su Il Foglio scrive che è fasulla l’aggressione della Nato contro la Russia perché i paesi, antecedentemente nell’orbita di Mosca, hanno scelto liberamente, senza essere occupati o costretti, di aderire all’Alleanza Atlantica. Questa è la prima bufala. In verità, le élite al potere in quei paesi, dopo l’implosione del socialismo realizzato, si sono affermate grazie ai soldi e all’assistenza americana. Forse, quelle nazioni non sono state occupate ma sicuramente sono state comprate e quando non si sono piegate sono state bombardate, come la Serbia di Milosevic. Rainieri non può fare finta di non saperlo. Questi Stati sono passati dal giogo “cosacco” a quello yankee, senza il parere delle loro popolazioni. Infatti, i popoli subiscono le decisioni dei loro dirigenti (i quali si fanno corrompere a danno degli interessi generali) e, spessissimo, si lasciano manipolare da chi li guida in direzioni che non vorrebbero mai prendere. Il recente caso ucraino è emblematico perché non credo esista nemmeno un abitante in quel posto che pensasse di andare a morire in guerra per gli affari dell’oligarca Poroshenko, anziché per migliorare la sua vita. Invece, è successo che è scoppiato un conflitto civile fratricida per favorire il business di quattro ladroni, protetti da Usa ed Ue, mentre la popolazione schiattava e peggiorava la sua esistenza. Poi Rainieri aggiunge pensieri talmente idioti al suo (s)ragionamento che mettono in dubbio la sua intelligenza ma direi più che altro la sua buona fede. Si parte dalla famosa cartina, che pubblichiamo anche qui, in cui si vede la Russia circondata da basi della Nato. Dice Raineri: “Questa cartina…è un capolavoro di propaganda…è autentica e falsa allo stesso tempo perché nessuno può negare che mostri l’estensione attuale della Nato, ma è stata riciclata in chiave minacciosa come se stesse avvenendo adesso. Se oggi finisce nei meme su Twitter con qualche speranza di funzionare, è grazie ad un’amnesia collettiva che ha dimenticata quando si festeggiava la fine dell’Unione Sovietica e i russi facevano la coda per il pane e si sperava in un allargamento. Altri dati, come per esempio che gli aerei Nato hanno intercettato aerei militari russi sopra il mar Baltico 110 volte nel 2016, non fanno breccia nel cuore dell’utente medio di social media. E a volte anche i media tradizionali aiutano questa tendenza. Un titolo recente parlava dell’operazione militare Nato Atlantic Resolve e dei soldati americani in Polonia davanti alla porta di casa della Russia. Ma qualcuno ribatteva: perché la Polonia, uno stato sovrano ed indipendente, dovrebbe essere considerata soltanto la porta di casa della Russia”. A Raineri non viene nemmeno il sospetto che quei contingenti stiano lì apposta per far sentire il fiato sul collo a Mosca. Non possono esserci cattive intenzioni perché gli americani sono i buoni ed i buoni fanno il bene, anche quando si presentano armati fino ai denti sull’uscio dei confini altrui. Insomma, costui dà ragione a quel militare americano che commentando la stessa cartina chiosò: “ma come si permettono i russi di essere così vicini alle nostre basi?” Raineri, servo smemorato, non ricorda, o finge di non ricordare, che i candidi americani minacciarono il conflitto nucleare quando i sovietici iniziarono a sistemare i loro missili a Cuba nel 1962, alle porte dell’impero statunitense. A nessuno venne in mente di ribattere che Cuba era uno Stato sovrano ed indipendente e non solo la porta di casa degli Usa, cosicché i russi dovettero sloggiare per evitare l’apocalisse atomica. Per schivare altri guai in Europa è opportuno che gli americani facciano altrettanto, facendo fagotto. Chissà se questa lezione entrerà mai nelle zucche vuote degli impiegati della carta stampata.

LA POLITICA RIDOTTA A BARZELLETTA

 

 

In pratica non esiste più politica; dico barzelletta, ma di quelle che non fanno ridere, solo funeree, mal raccontate. In ogni caso, una nullità dietro l’altra. Questo ovviamente nella facciata; poi, dietro, la politica esiste e ha gli aspetti laidi che abbiamo visto nel finale riservato alla Libia e al suo legittimo Capo. Per mano di killer i quali dimostrano una volta di più come la formazione dei funzionari del capitale (di matrice americana) non sia per nulla quella borghese, nata in Inghilterra e studiando la quale Marx si illuse di poter pronunciare ai dominati di tutto il mondo la famosa frase: de te fabula narratur. Nient’affatto; la nuova formazione sociale è nata meno dal bestiale sfruttamento (in senso letterale e non marxiano) degli operai (soprattutto minerari) e assai di più dal commercio degli schiavi neri dall’Africa, da una selvaggia e barbara conquista del West e dal connubio tra affari e gangsterismo. Di tutto il mondo, questi “liberatori dei popoli” hanno fatto una “Chicago anni ’20”.

Nel mentre gli Usa di Obama dilagano dappertutto, i loro rappresentanti recitano una commedia dietro l’altra. Le ultime: la risata di Sarkozy che ha scatenato impropri slanci di dignità nazionale laddove non ce n’era bisogno (di fronte ad un Arlecchino o a un Pulcinella si deve reagire come se i loro lazzi ledessero la nostra dignità?). Dico subito, contrariamente a molti che ci sono cascati, che non mi sono entusiasmato per il gesto del gen. Tricarico. Voleva dimostrare la dignità e l’indipendenza d’Italia? Restituiva la Legion d’Onore quando la Francia (assieme al suo vecchio partner dell’impresa di Suez nel 1956) ha aggredito e massacrato la Libia su incarico (e con abbondante aiuto materiale) dei “promotori” americani. Ti offendi per una risata e lasci che l’onore d’Italia sia trascinato in una guerra così infame? Perfino un Rodolfo Graziani, non certo uno stinco di Santo, mostrò un certo rispetto per il vecchio “Leone del deserto”. Non invece questi disonorevoli (e disonorati) aggressori nei confronti di Gheddafi.

Ci si lascia trascinare in una guerra con gente che viola totalmente la già lesa risoluzione del CdS dell’Onu (con l’astensione di cinque paesi di popolazione almeno tripla rispetto a quelli che l’hanno approvata), mente in continuazione (fosse comuni, bombardamenti aerei della piazza di Tripoli, ecc.) e poi massacra a man bassa chiunque sia sospettato (anche per il semplice colore della pelle) di essere stato “lealista” (e siete proprio voi a chiamarli così senza rendervi conto che la lealtà è un valore). Non parliamo dei comuni delinquenti, detti “ribelli”, che nemmeno spostano ancora la capitale a Tripoli e chiedono lagnosamente alla Nato di restare almeno fino al 31 dicembre, perché non sanno che fare, non hanno mai veramente combattuto, sono puri esecutori delle bande maggiori che allignano appunto nella Nato. E adesso si ciancia di possibile invio di truppe americane; poi si parla di truppe “dell’Onu”, cui subito chiede di partecipare la fellona Italia, da sempre in primo piano quando si tratta di servire i peggiori. E ci si offende per una risata di Sarkozy? Non scrivo l’espressione più opportuna al caso, anche perché tutte quelle che mi vengono in mente sono sbiadite e incolori di fronte alla vergogna d’Italia.

E adesso, con ulteriore sberleffo di questi satiri, La Russa afferma che la morte di Gheddafi non era nei patti della Nato. Devo dire: meno male che è stato ucciso in modo ignobile perché questo vi bollerà come infami nei secoli dei secoli. Non era nei patti? Patti con killer che avete sostenuto in toto altrimenti, come scritto da Feltri (ripeto: da Feltri), “si sarebbero sparati nei piedi” da tanto vili, incompetenti, “non professionali”, sono. Non era nei patti? E allora deferite al Tribunale dell’Aja i colpevoli. Già; ma dove trovarli? Infatti, quando tutti sono dei banditi, come individuare i banditi? Non vi dico di vergognarvi perché se siete dei robot, delle “bamboline meccaniche che ridono”, che vergogna potreste provare? Solo gli umani hanno la capacità della vergogna e del rimorso. Voi siete come gli aspirapolvere, i tagliaerbe, elettronici che, compiuto il lavoro, si ritirano nella loro “casetta” a ricaricarsi per il prossimo compito loro assegnato.

Poi viene il “patto anti-crisi” che la UE accetta, dopo aver rampognato l’Italia, dopo che ben precisi ambienti hanno guidato la mano delle società di rating nel declassarla, dopo un tira e molla di giorni con la Lega per le pensioni. L’età pensionabile di 67 anni è un’autentica vergogna motivata con la menzogna spudorata che tutti in Europa vanno in pensione a tale età. E questi politici sono così scervellati, oltre che ladroni, da piangere poi sulla sorte dei giovani. La disoccupazione giovanile in Italia è la più elevata, si alza il lamento continuo di costoro. E quando trovano lavoro, è soltanto precario, come possono “mettere su famiglia” i poveracci? Imbroglioni e ipocriti che non siete altro: ma se i vecchi devono lavorare fino quasi al rimbambimento (con effetti immaginabili sulla già bassa produttività del sistema, altro lamento dei falsoni, che straparlano delle meraviglie della competizione nel mercato globale), come volete trovare lavoro per i giovani?

Detto questo, fa ridere che l’età pensionabile verrà portata a 67 anni tra una quindicina d’anni. E la “crisi”, il deficit, il tormentone dei declassamenti d’Italia e delle imposizioni delle UE (di cui è quotidiano sostenitore Napolitano), tutto questo dove va a finire? Però la UE approva il progetto e Draghi parla di piano serio (ma non era anche lui per un intervento immediato sulle pensioni?), insistendo tuttavia sul ritorno dell’Ici e su un nuovo ritocco dell’Iva; nel mentre Bankitalia annuncia che la pressione fiscale ha raggiunto il 43,8%, record assoluto. Si dice però bene della riforma fiscale prevista per il prossimo anno (sempre tutto previsto, di già fatto assai poco); e la pressione si ridurrà forse? Seguire questi saltimbanchi è impossibile.

E’ tutta una fantasia, una grande fiaba, raccontata però da “tecnici” illustri (illustri tromboni senza più fiato, che non sanno nulla di questa crisi e di come evolverà), corredata di tabelle e grafici; dati su dati, manovre su manovre (previste, rigorosamente previste!), per non fare capire che l’unico proposito è quello già rilevato ampiamente su questo blog. Tenere in piedi Berlusconi, continuando a sgridarlo, a insultarlo, a irriderlo, magari dandogli ancora del fascista. L’importante è che resti. Tanto è stato totalmente sterilizzato. Tutti danno del fesso a Fini. Ha adempiuto perfettamente il suo compito, seguito poi dalla “seconda ondata d’attacco” di Napolitano. Dopo il 14 dicembre scorso, tutto è stato sistemato. Niente elezioni anticipate (a quell’epoca il premier rischiava l’en plein, e lui lo temeva come la peste, ne andava della sua sicurezza che, gli è stato ampiamente dimostrato, non esiste per nulla; lo beccano quando vogliono).

L’importante è traccheggiare, attaccare continuamente il premier e continuamente salvarlo e tenerselo come copertura di tutto il malfatto. Una recita per il momento riuscita – favorita anche da una sedicente “destra” che fa schifo – orientata verso la direzione voluta, sfibrando il “poppolo” che, more solito, non capisce nulla di nulla, va al macello; non tranquillo anzi disgustato, incazzato in parte e in parte sfiduciato, ma senza nemmeno sfiorare in nulla il “gioco combinato” tra gli Usa (di Obama), i “cotonieri” italiani, i loro rappresentanti nella sfera sedicente politica dove tutto si muove con una regia ripetitiva, noiosa, produttiva però dei risultati voluti.

Questo il quadro. Non chiedetemi di più perché anche quelli, che sostengono di essere per l’autonomia italiana, non fanno intravedere il più piccolo bagliore di una loro minima mossa. A volte, mi viene il sospetto che ci sia da aspettarsi di più da chi, negli Usa, sta lavorando (forse) contro lo staff dei centri strategici che si rappresentano in Obama. Non so, è un sospetto; spiacevole però. Sempre dagli Stati Uniti si dovrebbe attendere perfino l’opposizione a quanto sta combinando l’Amministrazione attuale? Nulla di buono ce ne verrà, in un caso come nell’altro! Tuttavia, si deve ammetterlo: tale paese, vera rappresentazione del “peggio” nel mondo, è tuttavia qualche anno luce avanti ad altri paesi, ancora invischiati nel passato, incapaci di darsi una reale “mossa”.

 

NEL NOME DEI DIRITTI UMANI

trad. di G. Germinario

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Ora che Gheddafi è morto, ucciso senza nemmeno un processo, e le bombe della NATO, dispensatrici di supposta democratica, hanno cessato di cadere, è giunto il momento di chiarire la confusione presente tra gli analisti geopolitici e dei mass media riguardante l’attuale politica estera americana, soprattutto quella concernente le operazioni militari strategiche. Quando nel marzo di quest’anno l’ONU ha adottato la risoluzione 1973, con la quale si approvava l’istituzione di una no-fly zone e, di conseguenza, si consentiva ufficialmente l’avvio dell’operazione della Nato in Libia, gli stessi hanno espresso il parere semplicistico che l’azione di Usa e Nato in Libia è stata motivata dall’interesse specifico del controllo della produzione di petrolio di quel paese del Nord Africa. Innegabilmente, la possibilità di mettere le mani sulla estrazione del greggio libico (con il 2,12% di share , equivalente a 1,8 milioni di barili al giorno non è neanche lontanamente paragonabile al volume di altri paesi) è un fattore aggiuntivo derivante dal successo delle operazioni militari della NATO, ma non era il motivo principale a supporto del rovesciamento di Gheddafi. La vera ragione è più ideologica che “logistica”. Esplicitamente, si chiama dottrina de “La responsabilità di protezione”; Implicitamente, si tratta di diritti umani. Quando l’ONU ha approvato la Risoluzione 1970, seguita dall’adozione della risoluzione 1973 il 17 marzo 2011, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha autorizzato a “prendere tutte le misure necessarie” a proteggere la popolazione civile in Libia. Due giorni dopo, il 19 marzo, invocando la dottrina della “responsabilità di protezione” (R2P), il presidente Obama ha autorizzato l’uso di mezzi militari per far rispettare la risoluzione 1973: “Cancellare la responsabilità dell’America come leader, e, ancora più importante,in tali condizioni la nostra responsabilità verso i nostri simili, sarebbe stato un tradimento di ciò che siamo. “Queste risoluzioni hanno condannato il governo libico per non aver rispettato il diritto internazionale e accusato Gheddafi e il suo governo di  gravi violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità. Da rilevare, immediatamente dopo quella del 1973, pochi giorni dopo, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 1975 che ha “invocato la responsabilità di proteggere e chiesto la fine immediata della violenza contro i civili in Costa d’Avorio.” L’approvazione di questa ulteriore risoluzione ha portato a un’azione militare dai francesi e dai caschi blu e ha portato all’arresto dell’ex presidente Gbagbo. Purtroppo, dopo gli attacchi al quartier generale di Gbagbo da parte delle forze di Quattara (con il supporto di elicotteri francesi) in nome della “R2P”, informazioni provenienti da fonti diverse interne alla Costa d’Avorio parlano di cristiani massacrati a centinaia dalle truppe musulmane di Quattara. Il nano francese Sarkozy e gli avvocati dei diritti umani, tranne in qualche rara occasione, hanno mantenuto il silenzio assoluto su questo crimine di guerra. A quanto pare, per alcune di queste persone, non tutti i civili sono stati uguali agli occhi del Creatore. Alcuni degli stessi problemi li abbiamo visti in Libia, con le relazioni riguardanti civili, in particolare nella città di Sirte, che hanno sofferto perdite per l’azione congiunta dei bombardamenti della NATO e degli aspri combattimenti con artiglieria e mortai avviati dal Consiglio nazionale di transizione (NTC). Abbiamo notizie di civili innocenti uccisi e di molti edifici pubblici distrutti, come scuole e ospedali. Le stesse forze NTC sono stati ripetutamente impegnati in attacchi sistematici finalizzati all’eliminazione della popolazione libica nera, accusata di essere mercenaria al servizio di Gheddafi.

E ‘importante, a questo punto, chiarire gli antefatti della storia concernente il “R2P”. Al vertice mondiale delle Nazioni Unite del 2005, fu adottata una risoluzione, denominata “La responsabilità di proteggere”, che stabiliva che “Ogni singolo Stato ha la responsabilità di proteggere la propria popolazione dal genocidio, da  crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità. Questa responsabilità comporta la prevenzione di tali crimini, compreso la loro istigazione, attraverso mezzi appropriati e necessari. Noi accettiamo questa responsabilità e ogni azione conforme ad essa … La comunità internazionale, tramite le Nazioni Unite, assume, quindi, la responsabilità di un uso appropriato dell’intervento diplomatico, umanitario e di altri mezzi a difesa di popolazioni pacifiche dal genocidio, dai crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità. In questo contesto, siamo pronti ad azioni collettive in modo tempestivo e decisivo, tramite il Consiglio di Sicurezza … … nel caso i mezzi pacifici dovessero essere inadeguati e le autorità nazionali fossero manifestamente incapaci di proteggere le proprie popolazioni da genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità . Sottolineiamo la necessità che  l’Assemblea generale continui a considerare la responsabilità di proteggere le popolazioni dal genocidio, dai crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità e le sue implicazioni, tenendo conto dei principi della Carta e del diritto internazionale. “Questa risoluzione è stata la culmine di un lungo dibattito sui diritti umani, iniziato già alla fine del 1990 e aveva visto il primo passo concreto nel dicembre 2001, quando il termine  “responsabilità di proteggere” è stato introdotto in una relazione della “Commissione internazionale su intervento e la sovranità dello Stato “(ICISS). Questa commissione è stata creata nel settembre 2000 in risposta alla domanda posta da Kofi Annan riguardante la sovranità dello stato e il momento in cui la comunità internazionale deve agire nel corso di una crisi umanitaria. Il ICISS ha mantenuto il concetto di sovranità statale, ma lo Stato deve rispettare le decisioni della comunità internazionale nel caso in cui lo Stato non riesca a gestire le crisi umanitarie su vasta scala e le violazioni dei diritti umani all’interno dei propri confini o nel caso in cui lo Stato stesso sia responsabile di queste violazioni. In questo caso, la sovranità diventa differibile e la comunità internazionale assume il potere di intervenire, soppiantando così il diritto sovrano(che è un principio fondamentale del diritto internazionale). So che ad alcuni questo potrebbe sembrare un’analisi superficiale, ma il modo più semplice per capire questo concetto è quello di pensare la sovranità statale come ad una patente di guida: non è un diritto, è una concessione; può, quindi, essere soppresso/revocato dalla polizia del mondo (L’ONU e la NATO) per la violazione dei diritti umani e delle “leggi” umanitarie.

Gli attacchi del 11 settembre fanno deragliare momentaneamente il concetto di “R2P.” La comunità internazionale ha avuto un problema più grande da affrontare, un problema chiamato terrorismo. Ma non commettere l’errore di giudizio; i paladini dei diritti umani sono stati implacabili dietro le quinte per assicurarsi che il loro programma e le loro richieste fossero considerati e riconosciuti dalla comunità internazionale.

Nel settembre 2003, la dottrina “R2P” riemerse ancora una volta, alimentata dal genocidio nel Darfur. Kofi Annan chiese alle Nazioni Unite di adottare la protezione e la promozione dei diritti umani. Un comitato è costituito dal nome: “Commissione ad alto livello su minacce, sfide e cambiamento”. Questo gruppo avrebbe dovuto identificare le minacce del 21 ° secolo. La commissione ha pubblicato il suo rapporto nel dicembre 2004, intitolandolo “Un mondo più sicuro:. La nostra responsabilità comune” Questo rapporto contiene 101 raccomandazioni agli stati membri delle Nazioni Unite sulla responsabilità della comunità internazionale ner proteggere i civili dal genocidio e da altre minacce. Questa relazione è stata seguita da un altro rapporto, questa volta pubblicato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite intitolato “Per una più ampia libertà: Verso i diritti allo sviluppo, la sicurezza e i diritti umani per tutti” Inutile dire che questa relazione ha sottolineato la necessità per i governi mondiali di agire tempestivamente contro la violenza verso i civili in violazione dei diritti. Il rapporto ha anche chiaramente raccomandato che i governi del mondo abbraccino pienamente la dottrina “R2P”. Nel caso i governi non siano in grado di intervenire e di garantire questi diritti, allora la comunità internazionale ha l’obbligo di rispondere, e tutte le misure disponibili verranno prese in considerazione per proteggere i civili. Queste misure includono opzioni diplomatiche fino all’uso della forza militare.

Infine, nel 2005 arrivò l’adozione del “R2P,” con il Segretario Generale Ban Ki-Moon che provvede a due nomine incaricate di vigilare sulla dottrina “R2P”. Uno di loro era Francis Deng, nominato “Consigliere speciale per la prevenzione del genocidio.” Un decennio prima, Deng fu il primo a introdurre il concetto di “sovranità come responsabilità”.

Nel 2006, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la Risoluzione 1674, con la quale afferma che “la sovranità non è un diritto incondizionato intrinseco a un regime, ma una prerogativa garantita dal riconoscimento della comunità internazionale la quale ha dei limiti di non-intervento. Tali limiti sono cancellati quando un regime ingaggia operazioni di ‘genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità’ “.

Nel gennaio 2009, il Segretario generale dell’ONU ha pubblicato un nuovo rapporto intitolato “Attuazione della responsabilità di proteggere.” Questo rapporto è stato scritto per definire meglio il concetto di “R2P” e individuare il modo migliore di implementare la dottrina strategica. Il dibattito interno nel corso di “R2P”, è proseguito per diversi mesi, da luglio a settembre 2009, e culminò con l’adozione della risoluzione A/RES/63/308 / sulla “R2P.” Ora comprendiamo perché, durante il cimento della Libia, i mass media non vedevano l’ora di segnalare il genocidio; così la mistificazione sulle fosse comuni  contrabbandate al posto dei cimiteri regolari o di quelli dei cani. Questi rapporti allarmanti hanno parlato di migliaia di civili uccisi. La verità era che non c’era nessun vero e proprio genocidio in atto. Ma ci sono state vittime causate da una guerra civile in corso – una guerra civile che, prima dell’intervento della NATO, volgeva chiaramente a favore di Gheddafi e del suo governo. Ovviamente, c’era bisogno del pretesto delle violazioni dei diritti umani per giustificare l’intervento delle forze ONU e della NATO.

A supporto della migliore gestione della “R2P,” sono state create diverse organizzazioni, come il “Centro Globale per la Responsabilità di proteggere” e “La Coalizione Internazionale per la Responsabilità di proteggere”. Queste entità sono direttamente collegate ad altre organizzazioni globaliste come “Human Rights Watch”, “Gruppo internazionale di crisi”, “Movimento federale mondiale”, “Istituto per la Politica Globale”, “Azione globale per prevenire la guerra”, “Federazione Mondiale delle Associazioni delle Nazioni Unite”, “Cittadini per una soluzione globale, “e molti altri. Vedete un denominatore comune a tutti questi gruppi? Le parole chiave sono Globale e i Diritti universali- umani. E’ una santa alleanza alla ricerca della disgregazione del concetto tradizionale di sovranità. Tutti questi gruppi sono finanziati, non solo dai governi, ma anche da soggetti privati. Un nome sopra tutti? Avete indovinato: il nostro amico, George Soros. Il suo “Open Society Institutes” (http://www.soros.org) è il più grande finanziatore del “Centro Globale per la Responsabilità di proteggere”. (Http://globalr2p.org) Ho una domanda per tutti voi . A che punto è il coinvolgimento di Soros nella distruzione sistematica del concetto di Stati nazionali sovrani cesserà di essere una teoria della cospirazione e essere considerata, infine, una notizia essenziale? Quanti ulteriori collegamenti diretti e provati sono necessari per costituire un caso? Ora l’altra domanda da porsi è se la comunità internazionale è disposta a prendere una posizione coerente contro le violazioni dei diritti umani. E’ soltanto contro le violazioni commesse, in Libia o nella Costa d’Avorio o nel Darfur oppure è disposta a intraprendere un’azione militare, dopo segnalazioni di violazioni dei diritti umani, diciamo, per esempio, in Cina, quando il governo cinese decide di opprimere la gente del Tibet o reprimere i propri cittadini? La risposta è no. Così, alla fine, le nazioni che stanno andando a pagare un prezzo e stanno andando a perdere la loro sovranità sono quelle che in realtà non hanno un peso e legami fidelizzati con la comunità internazionale e non hanno una grande macchina militare.

Perché Obama ha finito per abbracciare la dottrina “R2P”? La spinta di Obama ad agire in Libia proviene in parte dalla componente femminile dei suoi consiglieri di sicurezza: Hillary Clinton, Susan Rice e Samantha Power. Hanno seguito le orme dell’ex segretario di Stato Usa Madeleine Albright, uno dei sostenitori più espliciti dell’intervento della NATO nei Balcani durante l’amministrazione Clinton. Per Susan Rice, ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, e per l’attuale Segretario di Stato, Hillary Clinton, l’intervento in Libia è motivato soprattutto per prevenire il ripetersi del genocidio ruandese, avvenuto durante gli anni di Clinton. Forse, si può definire un “senso di colpa.” Purtroppo, la differenza tra il Ruanda e la Libia è che quest’ultimo non è un genocidio, una pulizia etnica, ma una guerra civile. Il modo in cui questi consiglieri hanno sostenuto l’argomento del genocidio contro la guerra civile è stato facendo appello ad un’altra risoluzione delle Nazioni Unite, una risoluzione datata 14 luglio 2010, dal titolo “Early Warning, la valutazione e la responsabilità di proteggere.” Questa risoluzione chiede l’intervento delle Nazioni Unite se esiste anche solo la possibilità di genocidio, eventualità sufficiente a far scattare la “‘dottrina R2P.

Ma la vera forza motrice della decisione di Obama, è stata Samantha Power. La promotrice irlandese della nascita del movimento dei diritti umani è salita a un ruolo importante nella catena di comando della Casa Bianca. Come consulente di sicurezza, la signora Power è vicina all’orecchio del presidente Obama. Come reporter durante il conflitto bosniaco, è stata profondamente toccata da quella guerra civile. Nel 2003, Power ha scritto un libro intitolato “Un problema dall’inferno “, che ha vinto il Premio Pulitzer e in cui Power ha criticato le amministrazioni precedenti per l’assenza  nel fermare il genocidio. Obama è stato colpito da Samantha Power e dal suo libro, letto religiosamente. A sua volta, Obama ha citato Samantha Power nel suo libro, “L’audacia della speranza.” Nel 2007, Power ha scritto una lunga recensione sui libri recenti di dottrina militare, lodando la strategia di contro-insurrezione elaborata dal generale David Petraeus in Iraq, anche se lei non si è associata  all’amministrazione Bush.

Alcuni potrebbero sostenere che, per quanto ogni consulente di sicurezza dica al Presidente, la decisione finale rimane allo stesso Presidente. Questo è vero. È un dato di fatto, Obama ha abbracciato il concetto di “R2P”, ma ha evitato di impiegare la piena potenza militare in Libia. Ha assegnato  un ruolo più importante a inglesi e francesi, evitando così di attuare il dispegamento di un gran numero di truppe di terra in Libia. Ci sono, tuttavia, ancora piccoli gruppi di forze speciali e agenti dei servizi segreti sul terreno in Libia a consigliare i ribelli NTC.

Le conclusioni più importanti da trarre dall’intervento della Nato in Libia  sono la svolta nella politica estera americana e il sostegno degli Stati Uniti alla detronizzazione di leader come Mubarak e Gheddafi. Si tratta di un importante cambiamento. In passato, il governo americano ha spesso creato e sostenuto dittatori in tutto il mondo secondo il migliore interesse degli Stati Uniti. La dottrina “R2P” con l’equazione dei diritti umani comporta un cambiamento nella politica, in cui la violazione dei diritti umani prende il posto di quello che un tempo era la minaccia comunista (Cile, Corea e Vietnam) o la minaccia alla produzione petrolifera mondiale (prima guerra del Golfo). Questo cambiamento è iniziato con la Bosnia, il Kosovo, e l’Egitto; ora la Libia serve da monito a tutti i leader che hanno indugiato a soddisfare i governi occidentali. Solo perché ti consideri un semplice amico dell’Occidente, l’Occidente – sotto la bandiera della democrazia e dei diritti umani – non esiterà a buttarti sotto l’autobus. Da Ceausescu a Saddam Hussein, da Mubarak a Gheddafi, potreste finire fucilati, impiccati, o in carcere – il più delle volte senza un giusto processo (o di un processo sommario) – in nome di questi diritti umani che a loro volta saranno a voi negati perché siete considerati un nemico della “democrazia”.

Forse, nel caso di Gheddafi, è stato meglio per lui che morire nella sua città in combattimento piuttosto che sfilare davanti alla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia. C’era un mandato di arresto internazionale emesso il 28 giugno di quest’anno per Muammar Al-Gheddafi con l’accusa di crimini contro l’umanità. Nel frattempo, Gheddafi se n’è andato, ma la guerra in nome dei diritti umani è tutt’altro che finita. Un recente tentativo di adottare una pretestuosa risoluzione delle Nazioni Unite contra la Siria è stata bloccata dal veto di Russia e Cina.  Ma i crociati dei diritti umani non sono ancora soddisfatti. La scorsa settimana, l’amministrazione Obama ha annunciato un ulteriore dispiegamento di truppe: 100 consiglieri militari in Uganda per catturare Joseph Kony, comandante dell’Esercito di Resistenza del Signore, oggetto di un mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale.

Oggi questi guerrieri dei diritti umani stanno cercando di imporre la propria dittatura agli Stati nazione e ai suoi leader. Domani, forse, in nome dei diritti civili, saranno prossimi a bussare alla tua porta. Feresti meglio a farti trovare pronto.

Crepuscolo della NATO?

 

 

Lo scorso 4 ottobre i Ministri della Difesa dei Paesi aderenti alla NATO si sono incontrati a Bruxelles per discutere un eventuale, ulteriore riassetto dell’ordinamento strategico dell’Alleanza Atlantica.

Tuttavia, nel corso della riunione non è emersa una visione strategica condivisa, ma un affresco piuttosto problematico riguardo ai meccanismi finanziari su cui si regge la NATO, incardinati sugli esborsi statunitensi.

La crisi ha aperto crepe assai profonde nella struttura economica statunitense, al punto che negli Stati Uniti l’ala più marcatamente reazionaria e isolazionista del partito Repubblicano (il Tea Party) ha trovato il proprio posto al sole.

Ciò ha spinto l’indipendente Robert Gates, Segretario alla Difesa sia nell’amministrazione retta da Bush junior che in quella di Obama, a mettere pubblicamente in discussione il futuro prossimo della NATO puntando il dito contro l’avidità di numerosi paesi europei che, secondo il parere di Washington, non contribuiscono a sufficienza per potenziare l’Alleanza.

“Il Congresso statunitense – ha affermato Gates – non è più disposto ad approvare ulteriori stanziamenti finanziari per ovviare alla voragine aperta dalla ristrettezza alla spesa di paesi che evidentemente non sono in grado o non hanno l’intenzione di erogare fondi finalizzati al potenziamento della loro stessa struttura di difesa”.

Gates si riferiva evidentemente alla stagnazione delle missioni in Afghanistan e soprattutto in Libia, dove l’intraprendenza iniziale di Francia e Gran Bretagna è andata progressivamente attenuandosi.

In realtà, tuttavia, l’obiettivo di Washington non verte assolutamente sullo smantellamento della NATO, quanto sul lanciare un chiaro ed inequivocabile monito ai propri alleati, richiamandoli al rispetto degli accordi presi al momento dell’adesione all’Alleanza.

I paesi europei non sono però nelle condizioni adeguate per profondere sforzi in questo senso e difficilmente riusciranno a convincere le rispettive opinioni pubbliche della necessità di contribuire ad alimentare un’Alleanza Atlantica che sta dimostrandosi sempre più come un mero braccio armato della politica estera statunitense privato del proprio carattere originariamente difensivo.

Come spesso accade i momenti di crisi riservano sia rischi che opportunità, che nel caso specifico corrispondono all’irripetbile occasione di revisionare integralmente l’architrave della NATO, che ha perso la propria ragion d’essere al momento del collasso dell’Unione Sovietica.

Nel corso del vertice di Roma (7 novembre 1991) il Consiglio Atlantico avallò i progetti riorientatitivi dell’Alleanza escogitati da Washington.

Nel documento intitolato The Alliance’s New Strategic Concept ratificato al termine della riunione si legge infatti che: “Contrariamente alla predominante minaccia del passato i rischi che permangono per la sicurezza dell’Alleanza sono multidirezionali e di natura  multiforme, cosa che li rende difficili da prevedere (…). Le tensioni potrebbero sfociare in crisi dannose per la stabilità europea e portare a conflitti armati suscettibili di coinvolgere potenze esterne o espandersi anche all’interno dei paesi della NATO”.

Da ciò si deduce che: “La dimensione militare della nostra Alleanza resta un fattore cruciale, ma la novità sta nel fatto che essa sarà posta al servizio di un concetto più ampio di sicurezza”.

Il “concetto più ampio di sicurezza” menzionato all’interno del documento è stato messo in pratica in Somalia, Jugoslavia, Afghanistan e Libia, scenari in cui l’Alleanza Atlantica è intervenuta unilateralmente in assenza di attacchi diretti contro alcun paese membro, cosa che ha fatto decadere il principio cardine dell’Alleanza secondo cui “Un attacco contro uno o più membri è considerato come un attacco contro tutti”.

La NATO si configura quindi come un’alleanza che gli Stati Uniti hanno promosso con l’obiettivo di puntellare il proprio predominio sul Vecchio Continente, che passa per il veto relativo alla nascita di un esercito europeo e per il sabotaggio di ogni progetto di integrazione tre Europa ed Asia.

L’erosione dalla NATO rappresenta perciò una soluzione obbligata per un Europa priva di ogni residuo di sovranità.

LA DATA (di GLG, 21 luglio ’11)

Ieri potrebbe essere stata forse una data cruciale (lo vedremo presto). Sicuramente è stata una giornata densa di insegnamenti. Il 90% della popolazione non li capirà affatto, come non capì nulla di “mani pulite”; e tuttora non ha preso atto di quanto accadde a quell’epoca, in cui iniziò quel processo di asservimento dell’Italia a dati ambienti statunitensi e ai parassiti industrial-finanziari italiani (sicari di quegli ambienti) che si tenta adesso di portare a termine, superando quell’“accidente storico” rappresentato dalla discesa in campo di Berlusconi. Il 90 % della “ggente” non riesce a prendere in considerazione più di una variabile per volta; il pensiero complesso, problematico, le è estraneo ed ostile. E naturalmente, questa variabile è quella che le viene fornita da certi furbacchioni che controllano la maggior parte dei mass media e dei canali di trasmissione degli ordini verso il basso, verso il “poppolo”.

D’altra parte, tutto è congegnato affinché la confusione sia tale da scoraggiare ogni considerazione complessa di una situazione, perché si deve perdere tempo e indubbiamente chi lavora duro, e ha diversi problemi che gli si presentano nel lavoro, non ha questo tempo a disposizione. Molto più che all’epoca di “mani pulite”, dovrebbe risultare chiaro che una parte è stata ieri salvata (nella figura del sen. Tedesco) mentre un’altra è stata bastonata (in quella del deputato Papa). Da una parte, sta chi era destinato, per volere estraneo, al governo nel ’92-’93; e si tratta dei rinnegati e venduti agli ambienti Usa di cui sopra. Dall’altra, sono collocati coloro che ancora bazzicano nei paraggi del “fu accidente storico”. La Lega dimostra di essere un’accozzaglia di ottusi e rozzi, priva di qualsiasi visione politica, legata a miti regionalistici e separatisti; con a capo alcuni furboni che si sono fatti le ossa in ambiente “romano”, flirtano con settori dei “poteri forti” e anche con certi ambienti stranieri, ma con modalità che li mettono talvolta in posizione più accettabile (almeno per chi la pensa come noi).

Adesso, ad es., manifestano l’intenzione di votare contro le missioni militari e, in particolare, sono ostili all’impresa di Libia (alle intenzioni seguiranno le decisioni?). I motivi appaiono tuttavia meschini e di piccolo cabotaggio: impedire l’immigrazione. Sia chiaro, non mi sognerò di sostenere i “buonisti” (cretini o manigoldi) che vogliono accogliere tutti; ma è ovvio che la guerra libica fa parte di un più vasto contesto strategico (degli Usa di Obama) ed è ridicolo ridurre tutto agli sbarchi di nordafricani sulle coste italiane. D’altra parte, non si può aver simpatia per una maggioranza (ormai sulla carta) che insiste nell’essere più realista del Re, mentre perfino Francia e Usa sono in trattative con il legittimo governo libico (pur pretendendo, con arroganza coloniale, che Gheddafi se ne vada). E poi questa “maggioranza”, sul punto in oggetto, ha tradito il suo premier, che continua a dichiarare lamentosamente la sua estraneità sostanziale alla scelta di partecipare alla guerra contro la Libia, accettata obtorto collo. Ma se l’hai accettata senza essere d’accordo, allora ti ritiri dal governo; altrimenti ti imponi e metti in riga gli altri.

La politica estera non è uno scherzetto, un accessorio – soprattutto quando si decide l’entrata in guerra, ipocritamente mascherata da operazione di pace, con l’atteggiamento di un “bravaccio” da trivio – a meno che non si sia d’accordo sul lasciare l’Italia in mani straniere, come fosse un Protettorato qualsiasi. Abbiamo perfettamente capito (noi, non so se il “poppolo”) che la guerra è stata voluta soprattutto da Napolitano; e sappiamo bene chi è costui, chi e che cosa rappresenta. Ma se tu hai il governo, e sei ufficialmente il leader del partito di maggioranza in questo governo, devi per forza piegarti a quello che formalmente non è capo dell’Esecutivo ma solo custode della Costituzione? Se sì, allora te ne vai o denunci “a reti unificate” il capovolgimento dei poteri in questo paese allo sbando. Qui siamo ormai in pieno sconquasso degli equilibri istituzionali stabiliti costituzionalmente, come dimostra il fatto che la magistratura riceve il permesso di mettere in galera un deputato prima di ogni processo e condanna; comportamento di una giustizia, che tale non è nemmeno quando agisce così contro un semplice cittadino.

La Lega ha però approvato lo stravolgimento totale di ogni ordine, foriero di drammi ben più gravi di quelli passati, perché “in alto” le sventolano l’acciughina del federalismo fiscale, utile a non perdere ulteriori voti presso un elettorato di rozzezza e ottusità oltre ogni limite umanamente credibile. E la sinistra dei rinnegati mostra in pieno il suo volto, già visibile vent’anni fa a chi aveva occhi per vedere e cervello per pensare: il volto di chi è demandato da Usa e poteri forti a governare un paese servo. Si vota, spudoratamente, per la galera a un pidiellino alla Camera e per la salvezza del proprio senatore. Più chiaro di così! Ma per un cervello pensante.

Una conclusione ormai s’impone di fronte a questo sfascio totale delle istituzioni, del tessuto politico, ma anche sociale, del paese; di fronte ad una masnada di intellettuali “di sinistra”, per il 90% di una indegnità che meriterebbe processi e condanne definitive. Non c’è più alcuna salvezza per questo paese, secondo le modalità normali, sedicenti “democratiche”. A suo modo, Asor Rosa aveva ragione; solo che il colpo di Stato dovrebbe essere diretto contro quelli come lui, contro tutta la ghenga che ormai rovina il paese. Se però, per quanto riguarda l’intellettualità, la “falce” dovrebbe mietere a “sinistra”, ben diverso è l’orientamento in politica e, soprattutto, verso i mandanti industrial-finanziari. Qui, non c’è sinistra o destra che tenga; occorrerebbe una radicale disinfestazione bipartisan, un repulisti generale e diretto ad asportare dal corpo sociale anche la minima cellula “malata”.

Lo dico solo per far capire che ormai è inutile sperare alcunché: siamo diretti all’affondamento. Non nel senso della Grecia. Al totale “default” italiano credo poco; può avvenire solo se si perde completamente ogni e qualsiasi controllo. Può accadere, ma non sembra molto probabile; in ogni caso, non è questa l’intenzione di chi ci sta spaventando, non è questa l’intenzione di chi ha ormai ridotto a burletta il premier, un fantasma che si aggira ancora tra le rovine. A questo punto, per quel che serve, prima se ne va e meglio è; ormai crea solo ulteriore confusione e ritarda la resa dei conti, in modo che gli stranieri (anche quelli “in patria”) riescano meglio, con maggior facilità e minori costi, a realizzare i loro obiettivi.

La scelta è tra un colpo di Stato nuovamente mascherato come quello di “mani pulite”; o uno aperto e diretto contro tutti i rinnegati e traditori che infestano il nostro suolo. Per il momento, aspettiamoci o il governicchio detto di “salvezza nazionale” (mentre è diretto al nostro totale asservimento) o qualche soluzione analoga, comunque studiata per ingannare i “semplici”, quelli che ragionano in base ad una sola “variabile”, portata direttamente sotto il loro naso dai farabutti, che li convincono di stare odorando un profumo, accettabile dati i tempi, mentre si tratta invece del puzzo orrendo della loro putredine di rinnegati e traditori. Prepariamoci alla resistenza, quella vera, attuale: non quella “antifascista”, bensì contro i roditori che stanno riducendo l’Italia a una gruviera.

 

Aggiunta per divertimento. Vi ricorderete, spero, che il 7 luglio riportai in commento due notizie di agenzia. Una – della cialtronesca e sgangherata Al Jazeera – sosteneva che i “ribelli” di Bengasi erano ormai a tiro di schioppo di Tripoli, la stavano accerchiando o qualcosa del genere. L’altra diceva che Sarkozy aveva ordinato la presa della capitale libica e la fine del regime del “Grande Dittatore” per il 14  luglio (primaria festa nazionale francese, che ricorda ben altri momenti di questa nazione divenuta anch’essa un “pauvre pays”, proprio come l’Italia fu definita da De Gaulle). Rilevai che era un bene ci dessero una data precisa, così si poteva giudicare meglio la serietà di questi sicofanti. Siamo ad una settimana oltre il termine stabilito e arriva la notizia che la Francia (ma anche gli Usa vi sono dietro) è perfino disposta a trattare con Gheddafi. Basta che accetti di andarsene; ma non necessariamente da Tripoli, dove magari può girare per giardini pubblici con i suoi nipotini. L’importante è che lasci il potere.

Nel frattempo si è svolta un’altra pantomima dei disgustosi scarafaggi, detti “ribelli” (incapaci di un solo passo senza “papà e mammà” della Nato), che hanno annunciato la presa di Brega (dopo non so quanti giorni di intensi bombardamenti aerei), poi l’hanno riannunciata il giorno successivo, poi c’è stata una smentita di Tripoli, poi si è detto che ancora erano rimasti residui di truppe “lealiste” (2-300 soldati) ma accerchiati, poi è calato il solito silenzio come dopo le “fosse comuni”, i bombardamenti aerei (di Gheddafi! Ahahahah!!) della piazza di Tripoli, la distribuzione di Viagra ai soldati (sempre di Gheddafi) affinchè, debolucci e un po’ impotenti come sono, fossero in grado di stuprare le “bengasine”, ecc. Veramente devo dirlo: vien quasi (solo quasi!) da considerare con vivo apprezzamento i vecchi colonialisti a cavallo tra otto e novecento. Questi sono dei vermiciattoli. Mai si poteva credere che gli “occidentali” fossero a simile livello di meschinità, di inettitudine, di faccia tosta da malandrini di centesimo ordine. Criminali e assassini come i loro nonni e bisnonni, ma autentiche merde, di quelle di vacca che, quando cadono, fanno “splash” e si sformano al suolo appiattendovisi. Resta loro solo la potenza militare degli Usa, paese del resto nato da un genocidio di popolazioni definite “pellerossa”. Mi tingerei volentieri tutto di rosso, ma non vorrei essere preso per “comunista”, mentre la mia intenzione, per il momento, è solo di “fare l’indiano”.

 

Incontro regionale dei partiti comunisti del Medio Oriente

(fonte IPS, tradotto dallo spagnolo da G.P.)

 

Lo scorso 5 gennaio 2008, e sotto il titolo "Gli ultimi eventi recenti nella regione. I piani per il “grande Medio Oriente” e la risposta del movimento comunista ed Antimperialista", ha avuto luogo ad Atene un “conclave” dei partiti comunisti ed operai dei paesi che appartengono all’area geografica del sud e del Mediterraneo, come anche al Mar Rosso e alla zona del golfo Persico.

A Questa riunione hanno preso parte i rappresentanti della Tribuna democratica progressista del Bahrein, AKEL (di Cipro), il Partito Comunista della Grecia (KKE), il Partito Tudeh (Iran), il Partito Comunista d’Israele, il Partito Comunista Giordano, il Partito Comunista Libanese, il Partito del Popolo palestinese, il Partito Comunista sudanese, il Partito Comunista siriano e il Partito Comunista della Turchia. Inoltre, ha preso parte Kyriakos Triantafillidis, europarlamentare di AKEL e presidente della Commissione del Parlamento europeo per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese; ed il suo collega europarlamentare del partito KKE Giorgos Toussas, membro del comitato precedentemente citato. A assistito ed ha dato il suo saluto a tutti i riuniti anche una delegazione del Partito Comunista Cubano. La riunione, che si è incaricata di organizzare e di patrocinare ad Atene la KKE, costituisce il prolungamento di un’altra riunione precedente, a carattere straordinario, che si è svolta nell’agosto 2006 a seguito dell’invasione ingiusta da parte d’Israele del Libano e all’aggressione continua che è perpetrata contro il popolo palestinese. I partiti della regione hanno discusso dell’escalation che in questa zona sta imprimendo l’intervento imperialista ed i gravi problemi per popoli ivi presenti determinati dal piano USA-NATO per la formazione di un "Grande Medio Oriente", come pure l’ingerenza delle forze reazionarie che ha propiziato la  "guerra contro il terrorismo", agendo su una area molto vasta del territorio. La conferenza di Annapolis, tenutasi recentemente, concepita per adeguarsi alle linee maestre tracciate da piani americani di portata più generale, ha determinato un peggioramento ed un aggravamento della situazione. I partecipanti hanno segnalato che i comunisti si pongono all’avanguardia nella lotta per la democrazia e per gli interessi dei popoli; all’avanguardia anche nella lotta politica ed ideologica segnata dall’ obiettivo di smascherare e di dare battaglia all’azione di quelle forze politiche che aspirano a trarre vantaggio dalla situazione e che allo stesso tempo si presentano come "difensori" dei popoli, quando, effettivamente, vegliano soltanto sui propri interessi particolari e per accreditarsi presso gli Stati Uniti. Si è sottolineata la necessità che occorre dotare la lotta dei popoli di una forte unitarietà, sia di classe che politica.

Si è espressa, analogamente, preoccupazione di fronte all’aizzamento delle divisioni e dei conflitti di natura religiosa, settaria o etnica. Molti dei partecipanti hanno denunciato i piani imperialisti per dividere e smantellare i paesi, come anche l’aggressività di cui il sionismo si serve nella regione. I partecipanti hanno sottolineato la necessità di lavorare attivamente in funzione della creazione di un fronte politico e sociale unito nella regione con un più vasto appoggio internazionale di partiti, movimenti ed organizzazioni, per lottare contro il piano imperialista che contempla la formazione di un "Grande Medio Oriente" e la sua supposta "democratizzazione".

Alla luce dell’evoluzione recente degli eventi, i partecipanti hanno espresso la loro preoccupazione dinanzi alla possibilità di un’escalation virulenta degli attacchi imperialisti contro i popoli in Libano, Palestina, Siria, Iraq, Afghanistan e Pakistan. Dinanzi a questa situazione, i partecipanti pensano che si debba rafforzare il movimento di solidarietà internazionale con i popoli della regione, dando appoggio alla lotta delle forze democratiche e progressiste della regione per la democrazia, la libertà e la giustizia sociale; ad un’azione libera, sindacale e politica, da lacci ed ostacoli delle forze che combattono contro l’ imperialismo; allo sviluppo di un’attività in condizioni piena libertà e di legalità dei movimenti e dei partiti progressisti. Hanno sottolineato, allo stesso modo, la necessità di intensificare ancora di più la lotta per difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale di ogni paese di fronte a qualsiasi intervento imperialista che è condotto sotto qualsiasi pretesto.

E’ stato rimarcato il fatto che la lotta e la resistenza dei popoli non è terrorismo, ma che è diritto di ogni popolo scegliere i modi che caratterizzano la propria lotta. Concludendo, i presenti alla riunione si sono impegnati ad intensificare la lotta in difesa del diritto inalienabile di tutti i popoli a decidere in proprio e a decidere in modo sovrano il futuro della propria terra. I partecipanti hanno espresso la loro solidarietà alla Cuba socialista, esigendo la rimozione dell’embargo americano.

I partecipanti hanno detto inoltre di esigere:

 

          Il ritorno della sovranità del popolo in Libano e la cessazione di qualsiasi tipo controllo e blocco aereo, marittimo e frontaliero, come pure delle violazioni quotidiane israeliane. È necessario effettuare riforme per resistere alla divisione del Libano su basi etniche e religiose.

          Il ritiro dell’esercito israeliano dei territori palestinesi, libanesi e siriani occupati dal 1967, lo smantellamento totale degli insediamenti e la demolizione del muro israeliano. La creazione di uno stato palestinese con Gerusalemme capitale. La soluzione dell’affare dei profughi ed il ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’assemblea dell’ONU, in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU relative alla questione.

          La liberazione immediata da parte di Israele di tutti i prigionieri politici libanesi, palestinesi e degli altri paesi arabi.

          Un Medio Oriente libero dalle armi nucleari, a cominciare dall’eliminazione dell’arsenale nucleare d’Israele.

          La fine delle minacce e degli atti d’intimidazione da parte degli USA e di altre forze imperialiste contro il popolo della Siria e la liberazione delle alture del Golán.

          La cessazione di tutte le minacce di attacco militare o imposizione di sanzioni economiche contro l’Iran, come pure solidarietà con la lotta del popolo iraniano per la pace, la democrazia, i diritti umani e la giustizia sociale.

          Il ritiro immediato delle truppe imperialiste d’occupazione dell’Iraq e dell’Afghanistan, ed il diritto dei popoli di decidere da sè il proprio.

          La cessazione immediata delle operazioni militari turche contro i kurdi nel nord dell’Iraq, che sono causa di nuovi interventi imperialisti.

          Il ritiro delle forze turche d’occupazione da Cipro e la soluzione del problema di Cipro in accordo con le risoluzioni ONU, il diritto internazionale e gli accordi di alto livello che puntano ad una soluzione federativa bizonale e bicomunale

          Lo smantellamento di tutte le basi militari straniere dai paesi della regione. I partecipanti si sono detti contro l’installazione di nuove basi.

 

Nella riunione si sono esaminate varie proposte di iniziative ed azioni congiunte, tra cui:

          Visite di delegazioni congiunte dei partiti comunisti e operai nei paesi della regione (specialmente in Libano, Palestina, Siria ed Israele).

          Coordinamento nel Parlamento europeo e nell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Inviti ai partiti comunisti ed operai della regione, specialmente del Libano, della Palestina, della Siria e d’Israele, a prendere parte alle sessioni del Parlamento europeo.

          Continuare con le azioni congiunte e la mobilizzazione di tutti i partiti durante il presente anno. Approfittare degli atti di massa e delle iniziative come festival, cortei, ecc., per il rafforzamento della solidarietà.

          Sostenere le mobilitazioni di protesta contro i piani imperialisti per un "Nuovo Medio Oriente" in occasione della visita di Bush in Medio Oriente nel gennaio 2008.

          Fare pressione sui governi che accettano o non reagiscono contro il piano per un "nuovo Medio Oriente" e non condannano l’aggressività israeliana verso i popoli della regione, gli insediamenti, il muro ed il genocidio contro il popolo palestinese.

Atene, 5 gennaio 2008.

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E’ IN USCITA:

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Indice

Editoriale

L. Dorato
Comunismo e Comunità. Individuo e Comunità
nella dialettica tra intimo e comune, p. 4

C. Preve
Comunismo e Comunità, p. 28

M. Neri
Razionalità, populismo e trasgressione, p. 40

L. Dorato
Riflessioni sul comunismo e sulla comunità umana:
libertà, doverediritto, proprietà e lavoro, p. 44

G. Petrosillo
Ideologia, Stato, Geopolitica, p. 51

A. Catalano
Hic Rhodus, hic salta. O della necessità di impostare
la questione dell’immigrazione oltre ogni luogo comune, p. 60

G. La Grassa
Povero Marx! Rispettiamo ciò che ha detto, poi ridiscutiamolo, p. 67

M. Tozzato
Abbozzo di una critica del concetto di sostanza di valore in Marx, p. 74

G. Paciello
L’irresistibile discesa di Benny Morris. Un “nuovo” storico
diventato vecchio, anzi razzista, p. 80


M. Brumini
1917-2007: Novanta anni dopo la Rivoluzione bolscevica.
Raccogliere l’eredità, per andare oltre, p. 99

C. Preve
Gianni Vattimo. Un comunista postmoderno?, p. 107

La rivista quadrimestrale Comunismo e Comunità consta di 124 pagine ed ha il prezzo consigliato di 7,50 euro

GLI AVVOLTOI SULLA RUSSIA di G.P.

Il solito servaggio giornalistico sta lanciando alti lai sui pericoli involutivi della democrazia in Russia, perché, a suo dire, nelle prossime elezioni legislative verrà sancita la vittoria plebiscitaria del partito "Russia Unita" ma sotto  pesanti condizionamenti. E quali sarebbero questi condizionamenti? Posta così la questione è facile stimolare, nell’opinione pubblica occidentale, lo spauracchio di minacce e di manganellate nei seggi elettorali o per le vie delle città. Ed invece, la colpa di Putin sarebbe quella di aver commissionato sondaggi su misura e di aver avviato una campagna battente in tutti gli angoli del paese. Insomma nulla di meno di quello che accade in ogni democrazia occidentale. E allora dov’è il problema? Il fatto è che secondo gli osservatori “indipendenti” dell’Osce la Russia è solo una simil-democrazia ed in una simil-democrazia questo modo di fare equivale ad un imperio. Tanto è bastato per farli desistere dai loro compiti, hanno cioè deciso che nessun esperto dell’organizzazione si recherà in Russia per monitorare le elezioni di domenica.

Dietro queste speciose affermazioni vi è, in realtà, la volontà americana di screditare la Russia e le sue istituzioni perché il potere appare saldamente nella mani di Putin e del suo partito "Russia Unita", entrambi forti di un vasto appoggio popolare. E tutto ciò non è affatto un bene per il governo Usa.

 Il motivo di tanto accalorarsi non è certo il presunto tentativo di Putin di voler ripristinare una dittatura (anche queste vanno benissimo agli americani se si piegano al loro volere), ma quello di non riuscire più a tenere sotto controllo questo paese.

Eppure il nuovo “zar” di Russia si è permesso solo di ribadire al suo popolo un concetto semplice e lapalissiano: “per continuare a crescere economicamente e per vivere in maniera dignitosa non bisogna far ritornare al potere coloro che hanno già tentato una volta di governare questo paese e che oggi vorrebbero cambiare i piani di sviluppo della Russia, invertendo il corso sostenuto dal nostro popolo e far tornare i tempi dell’umiliazione, della dipendenza e della disintegrazione”. Ovviamente queste dichiarazioni d’indipendenza danno fastidio soprattutto a chi sperava di neutralizzare la Russia una volta per tutte.

 L’ex colosso sovietico, grazie alle politiche putiniane, è effettivamente fuoriuscito da un’epoca di dissoluzione e di rapina capitalistica, imposta dalle potenze occidentali dalla fine della guerra fredda, nel ’91-‘92, fino all’affacciarsi di Vladimir Putin nella vita politica russa, nel 1999.

La colpa imperdonabile del gigante dell’est è stata quella di aver osato contrapporsi, per più di 70 anni, all’unico ordine mondiale “desiderabile”, quello delle formazioni capitalistiche ad egemonia statunitense.

Durante il regno dell’ubriacone El’cin, la Russia era sprofondata nel caos più completo, ma all’epoca il coro  degli analisti politici ed economici occidentali era concorde nell’affermare che si trattava del prezzo necessario da pagare per la “virtuosa” opera liberalizzatrice dei nuovi governanti, i quali stavano assolvendo al compito storico di traghettare il paese verso la modernità. Peccato che quegli uomini di “rinnovamento” venivano tutti, o quasi, dai vertici della nomenklatura sovietica e si trattava pure dello strato più corrotto del vecchio potere.

Ben presto divenne chiaro che la “sana” competizione capitalistica, da impiantare a dosi omeopatiche sulla società russa, era solo un paravento per scatenare gli animal spirits oligarchici e mafiosi autoctoni, subordinati a quelli più famelici del cosiddetto “mondo libero”. Ciò che si nascondeva dietro le ricette liberiste concordate tra nuovi poteri economico-finanziari russi ed organismi internazionali, come il FMI o la Banca Mondiale, era la svendita dei "gioielli nazionali" (imprese energetiche in primo luogo) ai  poteri mafiosi cresciuti all’ombra della burocrazia socialista, i quali agivano in combutta con Washington. Ma il vero obiettivo degli americani era quello di portare il nuovo governo di Mosca a decretare lo smantellamento degli arsenali militari e nucleari, rinunciando, altresì, ad alcuni territori strategici  che di lì a breve sarebbero entrati nell’area d’influenza americana.

La penetrazione statunitense ed occidentale ad Est sancì la fine dell’economia statizzata senza che venissero attivati ammortizzatori economico-sociali adeguati a sostenere l’impatto di questa adesione repentina ai meccanismi stritolativi del mercato globale. Ne seguì un grave sfilacciamento del tessuto connettivo (sociale, politico, economico) della Russia. In poco tempo tutto il paese si ritrovò in pieno medioevo. Questi piani hanno però subito una battuta d’arresto (speriamo lunga) grazie alle politiche putiniane di arginamento della corruzione interna che hanno costretto i poteri oligarchici e mafiosi ad abbandonare il paese. Oggi questi delinquenti trovano rifugio in molte nazioni europee dalle quali continuano a sferrare attacchi contro la Russia ricevendo l’appoggio di tutta la stampa occidentale.

A causa del rinato slancio nazionalistico russo gli americani si sono visti costretti a cambiare strategia per ben due volte, dapprima tentando di integrare la Russia nei vari organismi internazionali attraverso i quali vengono irreggimentati i rapporti tra le nazioni nella direzione di un maggior predominio Usa, in seguito, quando hanno compreso che l’ex agente KGB non era così stolto da farsi irretire dai loro falsi discorsi imperiali, hanno puntato ad un accerchiamento militare e politico, inglobando nella propria sfera d’influenza quei paesi che tradizionalmente avevano fatto parte della cintura protettiva sovietica. Le rivoluzioni colorate nelle ex-repubbliche del patto di Varsavia e il progetto di scudo spaziale hanno precisamente questo scopo, si tratta per gli Usa di affermare la propria influenza alle porte della Russia, al fine di impedirne i movimenti geostrategici. In ragione di ciò la creazione di un clima ideologico favorevole permette alla nazione predominante di agire con le mani più libere.

Oggi si è scelto un ex campione di scacchi per dimostrare quanto la democrazia in Russia sia malata. Peccato che nonostante il gran rumore sulle manifestazioni di Kasparov e del suo piccolo movimento “Altra Russia”, gli aderenti e i simpatizzanti non superino qualche centinaio di persone, troppo poco per parlare di persecuzione generalizzata. Kasparov fa costantemente la spola tra Washington e Mosca prima di "immolarsi" sull’altare della democrazia. L’ultima volta, nonostante la sfilata del suo movimento fosse stata autorizzata per un percorso determinato, ha voluto mostrare i muscoli portando i suoi fin sotto i palazzi delle istituzioni. Di fronte a tale atto provocatorio gli Omon (la polizia russa) hanno reagito picchiando i manifestanti e arrestando Kasparov. La stampa europea e americana si è detta scandalizzata per tale modo di fare ma mi pare che anche da noi, se i cortei non seguono i tragitti preventivamente concordati per motivi di ordine pubblico, si finisce con teste rotte ed arresti indiscriminati.

Quando Kasparov è uscito di prigione ha trovato una pletora di giornalisti, quasi tutti stranieri, ad aspettarlo. Volevano sentire dalle sue parole quanto fosse cattivo il potere russo. Lui ha “obbedito” rilasciando dichiarazioni di fuoco, arrivando persino a sostenere che la popolarità di Putin è solo apparente.

Il bravo Kasparov si è guadagnato la stima Washington e qualche altro biglietto aereo per gli Stati Uniti.

 

 

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