FUORI DAI…..ECC. ECC. IL “NANETTO”, di GLG

gianfranco

 

 

http://www.ilgiornale.it/news/politica/silvio-berlusconi-beppe-grillo-pericolo-e-dico-no-grandi-1381654.html

 

http://www.ilgiornale.it/news/politica/fdi-e-lega-insieme-lipotesi-lista-unica-tenta-meloni-e-1381565.html

 

Cominciamo con il ricordare come per anni (non per qualche giorno), soprattutto il centro-destra – ma in specie proprio Il Giornale e i berlusconiani in genere – ci abbia presentato la Germania, e la cancelliera, come nostri persecutori o quasi. Secondo questi imbroglioni, il filoamericano Draghi (al servizio dell’establishment delle vecchie presidenze americane) ci salvava sempre; ed era poi la Germania a mandare tutto a remengo. Adesso, invece, tra Merkel e berlusca c’è avvicinamento (per quanto tempo?) e allora tutto va bene.

Il furbacchione, e vero individuo senza principi né qualsiasi orientamento definito, gioca la sua complicità con chi sta portando l’Italia sempre più “fuori rotta”; tuttavia, senza esporsi troppo in nessun senso, data l’instabilità della situazione. Si guarda bene dall’attaccare quella che al momento è la nuova dirigenza statunitense. Fa finta di capire anche il malcontento popolare e quindi scusa, pur considerandola una iattura, la “deriva populista” di parte della popolazione. Tuttavia valuta appunto questo stato d’animo della “gente” come una reazione che resterà sempre senza veri esiti positivi. L’unica prospettiva sarebbe per lui (che comunque non ha alcuna idea in testa se non il suo interesse personale) un forte centro-destra liberale – come se il Pd e Renzi fossero chissà che cosa d’altro di veramente opposto – nel mentre, attaccando il populismo, di fatto critica i sedicenti “alleati” e indebolisce quel “fronte comune” che finge di volere. E aggiunge inoltre di non capire le mosse di un Parisi (uomo a lui più che vicino), augurandogli tuttavia ogni bene; così da far capire che un domani potrà essere costui l’alleato contro i populismi, creando un bel “marasma” detto “centrista”, in grado di soltanto di mimare – sempre ricordando che la “seconda volta” certi eventi passano dallo svolgimento serio alla farsa – la funzione svolta in altri tempi dalla DC (con alcuni partitini, tipo i socialdemocratici e i repubblicani, tutt’intorno).

Gli “alleati”, dal canto loro, sono tentati da un progetto unitario che sarebbe positivo se superasse il desiderio di ottenere qualche voto in più, finalmente comprendendo che con l’ex cavaliere non ci sarà mai futuro e denunciandolo quindi per quel traditore che è da anni. Non dico che dovrebbero cercare un accordo con i “grillini” (sarebbe un altro errore, io credo), ma dovrebbero dichiarare alto e forte che non hanno comunque alcuna voglia di favorire il duo Renzi-Berlusconi nella lotta contro i “5 stelle”. E’ necessario che si svolga infine una martellante campagna di chiarimento presso l’opinione pubblica del reale pericolo che sta correndo l’Italia: cadere totalmente in mano a un partito, nella sostanza renziano (nel senso della melmosità politica, chi sarà poi il reale personaggio che concluderà la sporca operazione è meno interessante), con la connivenza più o meno stretta del coacervo berlusconiano (e anche qui poco importa se poi qualcuno di più giovane succederà infine all’attuale comandante in capo).

Nessuna “grande coalizione”, dichiara con apparente forza l’uomo dalla lingua biforcuta; sarebbe necessaria l’andata al governo di un forte centro-destra. Sa benissimo che l’alleanza tra lui, che continua ad appoggiare l’attuale UE, e Lega e Fdi che la combattono (almeno se non fingono, ma non credo), sarà sempre una “ciofeca”. Se la gente non ha raggiunto livelli di idiozia superiori ad ogni attesa, si renderà ben conto che i tre “alleati” sono in continua frizione, pur mai dichiarata a piena voce. Quindi, il vero intento del “vile traditore” è impedire che si crei una effettiva alternativa al partito che ho definito “renziano”. Al momento opportuno, qualche voto affluirà al nuovo governo dai berluscones, qualche altro “Verdini” o “Parisi”, ecc. nascerà da “destra” per il “bene del paese”, per realizzare riforme che impoveriranno sempre più almeno tre quarti di popolazione (favorendone, sì e no un 10%, i “soliti noti” e lasciando immutata la sorte di alcuni “strati cuscinetto” quale “cintura protettiva”).

Sarebbe ora che, smettendola con questa farsa “democratico-elettorale” – che può essere recitata senza danni irreparabili nei momenti di relativa calma e buona crescita d’un paese – nascano finalmente forze in grado di dare una spallata violentissima a questi cialtroni in gioco per il dissesto dei tre quarti sopra ricordati. Lega e Fdi vogliono essere della partita in questo compito? E allora mutino “d’accento e di pensier”; ma non come la “donna mobile” di verdiana memoria, bensì con la decisione d’essere infine la tomba di tutti gli intriganti, maneggioni e “badogliani” del tipo di questo meschino personaggio, che ha ormai per troppo tempo impestato il nostro sistema politico (ben coadiuvato da tutti gli altri, sia chiaro). Fuori dai…..ecc. ecc. questo Berlusconi. Toglietelo di mezzo e riconsegnatelo agli “affetti famigliari”, se ne ha.

La grande coalizione

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Angelo Panebianco è un noto politologo  che ha probabilmente perso lo “smalto” necessario per essere ancora un saggista “alla moda” ma soprattutto è uno dei tanti corifei dei poteri dominanti che quando scrive su un quotidiano di grande diffusione e prestigio ha il preciso compito di raccontare alle masse, soprattutto quelle “semicolte”, ciò che è necessario in relazione alle finalità che certe elitè si prefiggono. Francamente, anche se a volte è inevitabile, risulta del tutto inutile prendersela con questi personaggi; essi fanno il loro mestiere, un mestiere servile ma ben remunerato. Riallacciandomi all’intervento di La Grassa di qualche giorno fa credo si possa senz’altro considerare, tra gli scenari che si possono prevedere per le elezioni politiche del 2018, quello che vede lo strutturarsi di quattro ( o molto difficilmente cinque) gruppi in lotta per accaparrarsi i voti e quindi i posti in parlamento. Berlusconi continua a tessere la tela per costruire una alleanza con FDI, la Lega ed eventuali forze similari di destra mentre il Movimento 5 Stelle continuerà a presentarsi da solo. Tutto ciò nella prospettiva, che possiamo dare per quasi certa, la quale prevede una nuova legge elettorale con la possibilità per i partiti di coalizzarsi ma senza premi di maggioranza per quella vincente. Nel “centrosinistra” il PD dovrà presentarsi da solo, anche se in questo modo alcune forze di centro ( Alfano, Casini e altri), che potrebbero risultare molto utili nel panorama postelettorale, rischiano di non raggiungere un quorum accettabile. Sicuramente Renzi e Berlusconi stanno cercando una soluzione per questo nonostante che anche l’alternativa di aggregare la lista di centro a quella di destra appaia poco praticabile perché risulterebbe inaccettabile per il “popolo” della Lega e di Fratelli d’Italia che già sentono, a livello immediato e quasi “di pancia”, che Berlusconi si sta preparando a “fregarli”.  Il Movimento dei Democratici Progressisti si presenterà assieme a (coalizzata con)  Sinistra Italiana che potrebbe inserire nelle sua lista anche qualche esponente di residuali gruppetti ormai in dissoluzione tra i quali spicca per “in-fauste glorie” passate Rifondazione Comunista. Questa alleanza di “sinistra” spera di assorbire almeno una parte dei voti “di protesta” che nelle passate tornate elettorali si sono orientati verso i pentastellati. Naturalmente le tre maggiori “forze” politiche: Movimento 5 stelle, Pd e coalizione di destra, durante la campagna elettorale digrigneranno i denti e cercheranno di differenziare, vendendo fumo, le loro proposte programmatiche il più possibile per far credere alla gente di avere delle “idee” e addirittura un progetto. Alla fine i vincitori diranno naturalmente che la situazione è difficile, anche se non disperata, e che bisognerà essere pragmatici e tener conto del contesto internazionale. E in un certo senso è proprio così perché un cambiamento di direzione nella politica italiana potrebbe essere causato solo da importanti nuove dinamiche globali e/o dall’accentuarsi della crisi europea e mondiale. Che cosa può scrivere  il professor Panebianco sul Corriere della Sera (12.03.2017) in un contesto simile ? Può soltanto negare ciò che ormai appare evidente a tanti, a troppi:

<< Tra tutte le idee balzane che circolano sul dopo elezioni, la più balzana di tutte è quella che immagina la formazione di una «grande coalizione» (sic) fra Forza Italia e Partito democratico (più cespugli vari) imposta dalla forza dei numeri, dal fatto che potrebbe essere l’unica combinazione di governo in grado di fermare i Cinque Stelle. In sostanza, secondo questo brillante ragionamento, Partito democratico e Forza Italia dovrebbero fare più o meno come i «ladri di Pisa», nemici di giorno e complici di notte. Botte da orbi in campagna elettorale, e poi un accordo di governo a elezioni avvenute imposto dalla necessità. Il tutto favorito dal fatto che con la proporzionale si torna all’epoca in cui le coalizioni di governo si formano dopo il voto, mai prima. L’idea è assurda per tre ragioni. Per formare una «grande coalizione» occorre, prima di tutto, che i partiti coinvolti rappresentino, insieme, almeno il settanta o l’ottanta per cento del Parlamento. Tenuto conto della frammentazione in atto, l’ipotizzata grande coalizione, nella più rosea delle ipotesi, non potrebbe superare di molto la soglia del cinquanta per cento. La seconda ragione è che una grande coalizione può durare solo se i partiti che le danno vita sono organizzazioni solide, coese e con un forte insediamento sociale. Ciò è necessario perché i leader possano imporre ai propri seguaci un’alleanza di governo «innaturale» che, inevitabilmente, diffonde malumori e risentimenti fra militanti ed elettori. Occorrono partiti forti (come la Cdu e la Spd tedesche) o, in subordine, un assetto costituzionale (il semi-presidenzialismo francese) che costringa a tali innaturali connubi. In mancanza di queste condizioni la grande coalizione non può funzionare>>.

Ma il Pd “renziano” o “orlandiano” si presenta come un partito “moderato” che pensa di poter aiutare l’Italia dando prima di tutto supporto alle imprese e chiedendo sacrifici ai lavoratori e ai pensionati perché nel “lungo periodo” (nel quale, come ricordava Keynes, alla fine siamo tutti morti) ne trarrebbero anche loro un giovamento. E Forza Italia ha ormai assunto un ruolo e una immagine che, nonostante le sceneggiate elettorali che verranno presentate ai “grulli”, rende assolutamente non-innaturale   la “grande coalizione”. Lasciamo perdere poi la fregnaccia che per governare ci vorrebbe il settanta-ottanta per cento mentre ci sembra che si possa aggiungere anche un’altra bella considerazione. Il Mov. Dem. Progressisti  in cambio di qualche piccolo contentino, tipo dei provvedimenti di sostegno “vagamente” sociale per i meno abbienti,  potrebbe diventare un utile supporto “esterno” per un “grande centro” alla cui guida ci fosse saldamente il PD. E per quanto riguarda le presunte differenze programmatiche persino il sociologo Giuseppe De Rita in un articolo (Corriere – 13.03.2017) si dimostra piuttosto scettico:

<<In primo luogo perché anche il termine «programma» è invecchiato quasi quanto «riforma». In secondo luogo perché i programmi si riducono spesso ad elenchi di parole programmatiche, avvertite ormai dai più come stanche ed inerti. In terzo luogo perché i cittadini non amano più i grandi quadri di sintesi del presente e di previsioni di futuro, perché ne vedono i rischi di retorica intenzionalità a lungo termine, mentre avvertono la diffusa esigenza di interventi specifici. E infine perché non disponiamo di una generale interpretazione politica del periodo che stiamo attraversando, cui obbligatoriamente ogni programma deve ispirarsi. Chi ha visto e scritto i tanti, troppi piani del passato (per la ricostruzione post-bellica, per il riscatto del Mezzogiorno, per la crescita del sistema scolastico, per lo sviluppo dell’agricoltura, per il sostegno alla competitività dell’industria, ecc.) sa che ognuno di essi poggiava su una valutazione politica della dinamica socioeconomica del periodo in cui venivano redatti e pubblicati. Come si declina oggi quel riferimento? Un po’ tutti, da sinistra a destra e viceversa, sembrano affascinati dal riferimento alla centralità della lotta alla povertà e alle crescenti diseguaglianze sociali; così tutti si lanciano a definire la platea dei potenziali destinatari di tale lotta: selezionandone i livelli e i territori; inventando formule mediaticamente prensili (salario o lavoro di cittadinanza); stendendo tabelle e infografiche per far capire cosa si intende fare; mettendo a fuoco le risorse finanziarie e le strutture organizzative necessarie >>.

In un quadro generale comune di ricerca delle condizioni per sostenere il tenore di vita della “gran massa” della popolazione si tratterà quindi, per ogni forza politica, di cercare di accattivarsi la “benevolenza” di alcuni gruppi sociali rispetto a altri e quindi di rafforzare e incrementare le proprie quote politico-elettorali di mercato.

CHE PAESUCOLO! di GLG

gianfranco

 

http://www.huffingtonpost.it/2017/03/21/movimento-5-stelle-sondaggio_n_15508880.html?1490081232&utm_hp_ref=italy

 

Un altro sondaggio, commissionato da Mentana, dà invece fermi i “5 stelle” al 29,9% e invece pur sempre in caduta il Pd. Gli altri partiti restano a navigare nelle solite acque e, a parte Lega e FI, sono a percentuali risibili. Minimamente interessante è che per entrambi i sondaggi Lega e FI sono alla pari e con percentuali ben modeste rispetto a quanto aveva una volta il partito berlusconiano e a quanto sperava Salvini, un leader ormai sfiancato dopo un breve iniziale successo. Soprattutto, come già si è notato da tempo, l’incapacità di Salvini e Meloni di denunciare apertamente i continui tradimenti del loro falso alleato ha ricondotto in posizione decisiva quest’ultimo. Con la percentuale che gli è rimasta continuerà nel suo doppio gioco per poi finire in appoggio assai meno mascherato al Pd renziano. In effetti, da altri sondaggi risulta che l’ex premier piddino sarà appoggiato da almeno tre su quattro degli elettori del suo partito. Vincerà nettamente il congresso e al secondo posto risulterà Orlando, pronto a qualsiasi inghippo con lui, mentre Emiliano sembra confermarsi solo un trombone destinato a suonare da tromboncino, e per di più stonato.

Vi ricorderete come, dopo il referendum vinto nettamente dal NO, tutti i perdenti si siano messi a sostenere, con l’appoggio del presdelarep (e con Renzi che, per un po’, ha fatto finta di volersi sottomettere al giudizio del popolo contrario ai suoi intenti di riforma), l’impossibilità di andare a votare senza una seria riforma della legge elettorale, perché altrimenti si sarebbe ottenuta soltanto l’ingovernabilità del paese. Mentitori spudorati; una volta sfibrati i sostenitori del voto immediato e ottenuto che, se tutto va bene, si andrà alle urne fra un anno (e forse più), tutti hanno ormai messo da parte quella pantomima e accettano l’idea di andare ad elezioni con la proporzionale; anzi è evidente come proprio Renzi e Berlusconi (quest’ultimo in modo aperto mentre il primo è pur sempre furbescamente meno disponibile ad esporsi chiaramente in una precisa posizione) accettino simile prospettiva. Nessuno otterrà il 40% dei voti e quindi si straparla ormai della necessità di accordi fra partiti anche contendenti durante la campagna elettorale. I “5 stelle” non possono accordarsi con il PD; e sono così “incasinati” con la loro ormai ridicola “purezza” e “onestà” che non si rivolgeranno alla Lega. Resta l’opzione Renzi con un’accozzaglia di minimi gruppetti detti “centristi” e l’appoggio, magari “esterno” (ma non è detto) e pur sempre decisivo, di FI.

Lega e FDI possono essere pensati così sprovveduti da favorire di fatto un simile disegno? Perché inutile raccontarsela: lo stanno di fatto agevolando, non avendo condotto una netta campagna di denuncia degli innumerevoli voltafaccia e doppi giochi che il “viscido d’Arcore” sta conducendo dal 2011. Non credo siano così sciocchi; è evidente che pur essi avranno qualche vantaggio (di cosiddetto “sottogoverno” e di governi regionali) per mostrare tanta “ingenuità”. Poi magari grideranno al tradimento, cercheranno di rinsaldare le loro conventicole elettorali, ma sarà solo la recita di questi guitti in un paese di ceto politico assolutamente indecente, da “fiera rionale”. E questa popolazione si lascia ancora infinocchiare da una simile congrega di mille partiti e partitini in cerca di qualche voto per strappare sinecure a vantaggio di meschini pigmei quali sono i loro dirigenti. D’altra parte, questa è la “democrazia” elettorale. Negli Usa può ancora funzionare un po’ perché laggiù hanno una lunga e “gloriosa” tradizione di commistione tra politica e manifesta criminalità; sempre denunciata “con coraggio” (da pochi) perché un simile “impasto” è al sicuro da un’informazione che raggiunga veramente “le masse”. Qui da noi siamo dei miserabili perfino sul piano della delinquenza; quindi abbiamo i dirigentucoli di cui sopra. Il “povero Fini” ci è rimasto invischiato; ma quelli che l’hanno “sfangata” sono pari pari come lui. Nemmeno più furbi, solo le contingenze diverse li hanno per ora salvati. E va bene così: “questa è l’Italia, bellezza” (parafrasando Humphrey Bogart in un famoso film di quelli, sopra citati, della “verità”).

OHI CHE BEL CASINO, DIRON DIRON DIRONDINO, di GLG

gianfranco

 

Le opposizioni hanno mostrato tutta la loro debolezza sia alla Camera che al Senato, senza alcun coordinamento minimale; e per di più con discorsi di ben diversa incisività. Dire se questo governo durerà o meno è difficile. Sarà però deciso dall’establishment, da quello che poco appare, non certo da chi urla facendosi forte dell’indubbio malcontento che serpeggia in gran parte della popolazione, ivi compreso il ceto medio e quello piccolo-imprenditoriale, che non vivranno anni futuri facili. Sempre più appare chiaro che tale malcontento non sa bene dove indirizzarsi; e soprattutto che in effetti non sussiste nessun partito in grado di raccoglierlo veramente.

Nessuno poi dice una “verità”, che ammetto non essere del tutto chiara nei suoi contorni precisi, ma che comunque non può non essere tenuta in considerazione da chi capisce qualcosa di politica; e soprattutto si rende conto del livello di subordinazione agli Usa, a cui sono scesi negli ultimi anni il ceto grande industriale italiano (compreso quello dell’industria “pubblica”, che ha avuto qualche momento felice in questo paese) e quello politico. Quest’ultimo, dopo il ricambio seguito a “mani pulite”, è giunto all’asservimento più degradante che, tuttavia, si è ulteriormente accentuato negli ultimi cinque anni. Indubbiamente si dovrà meglio comprendere quale sarà la strada seguita dalla nuova Amministrazione americana dopo il 20 gennaio p.v.

La durata di questo governo dipende anche dalle vicende che si andranno sviluppando in politica estera se vi saranno rilevanti mutamenti nella strategia statunitense, che sembra al momento intenzionata a migliorare i rapporti con la Russia e ad inasprirli con la Cina. Tutto sommato, però, tale atteggiamento mira ad impedire una saldatura tra i due paesi, che non sono per nulla particolarmente amici (non lo furono nemmeno durante la presunta esistenza del “campo socialista”, figuriamoci ora); e tuttavia, sono stati costretti negli ultimi anni ad alcune mosse di riavvicinamento per la politica dei Bush e degli Obama (che sarebbe proseguita con la Clinton). Adesso, bisognerà aspettare come minimo l’andamento degli eventi nel prossimo anno. D’altronde, gli Usa (anche quelli di Trump) non vorranno affatto che si sviluppino in Europa rapporti troppo amichevoli con la Russia; e soprattutto saranno osteggiati quelli tra Berlino e Mosca. Da questo punto di vista, l’Italietta continua ad essere un “territorio” (poiché chiamarla nazione sarebbe un insulto all’intelligenza) del tutto fondamentale per creare caos in Europa, cercando di avvantaggiare quelle forze (l’ultima e la peggiore quella guidata da Renzi) che si battono affinché non si crei mai una politica di importanti paesi europei minimamente indipendente dagli Usa.

Quindi, il governo Gentiloni è a tempo; ma questo tempo verrà deciso anche in base agli sviluppi della politica estera americana, sulla quale dobbiamo mantenere una doverosa incertezza. Credo che invece sia un po’ più sicura la via, lungo la quale i manigoldi della politica italiana vorranno avviarsi. Il Pd è in fase di sfascio, e assomma brutte figure su brutte figure. Del tutto scombiccherato è pure il centrodestra, dove Berlusconi continua nella sua malefica ambigua condotta, mentre i suoi due “alleati” brontolano ma non sanno in definitiva che pesci prendere. Inoltre, si capisce bene che non c’è nemmeno un grande accordo tra Lega e FdI e la prima è inoltre abbastanza rotta pure al suo interno. Del partito (ma è un partito?) dei “grillini” è difficile dire qualcosa di sensato, dato che sono in grande confusione. L’unica considerazione possibile è che raccolgono i favori di quelli che non ne possono più dei politicanti di questo paesello da operetta. Benissimo, ma occorre che sorga qualche movimento in grado di capitalizzare tale rabbia inconsulta e di recuperare pure quella degli elettori degli altri schieramenti d’opposizione.

Non so vedere nulla di serio all’orizzonte. Quindi, la linea che verrà seguita il prossimo anno (e se non basta il 2017 si userà anche il successivo) sfocerà alla fine, dopo aver sfasciato il paese, nell’arrivo dei “salvatori”: quelli che hanno già parlato da tempo di “partito della nazione”. Ritornerà Renzi (o un suo successore ma chiaramente orientato da quanto accadrà negli Usa) e ad esso si uniranno i forzaitalioti (sostituendo quei brani di Pd e di “sinistra alternativa” in via di disgregazione) e forse perfino pezzi di Lega (tipo i “bossiani” e non solo). Dei seguaci dei “5 stelle” è difficile dire qualcosa poiché la confusione sarà ancora maggiore di adesso, così come l’incazzamento per l’ulteriore degrado del quadro politico italiano. I “salvatori” in questione ci butteranno definitivamente nel burrone dove dovremo stare …. non so quanto tempo; e si affretteranno ad allinearsi alla strategia che decideranno di seguire gli Stati Uniti, dove si profilano delle divisioni da seguire con tanta attenzione e con sempre maggiore difficoltà nell’afferrarle.

Insomma, un bel “periodino” in cui non ci divertiremo per nulla. Seguiamo gli eventi e prepariamoci al peggio. Si vorrà, “timidamente”, cominciare ad incontrarsi e a discutere sul da farsi?

VOTARE SUBITO

dem

 

Mettiamo le cose in chiaro dopo le dimissioni di Renzi. Si deve andare al voto il prima possibile e senza scuse. Siano gli elettori a stabilire da chi essere governati o, eventualmente, ancora sgovernati. Scavarsi la fossa con le proprie mani è preferibile a farsi seppellire, rimanendo immobili, dai becchini eurocratici. Nessuno ha più il diritto di pensare al bene dell’Italia ignorando il volere popolare. Tre Premier calati dall’alto hanno già fallito miseramente. L’instabilità e la crisi economica sono state aggravate da queste scelte sciagurate. Chi ha partecipato, a vario titolo, a queste misure di Palazzo, va cancellato dalla faccia dell’Italia. Anche chi le ha subite senza reagire quando poteva, come Berlusconi.
Chiunque paventi ancora il pericolo dei mercati per evitare le elezioni anticipate è un pusillanime. Oltre che un traditore al servizio delle cricche economiche e dei potentati internazionali. Se la politica non è in grado di respingere gli attacchi della speculazione ha sbagliato mestiere. Se non sa rintuzzare i condizionamenti stranieri è un covo di miserabili. Si facciano da parte sicofanti e lestofanti che danni ne hanno già fatti tanti a questa povera patria.
Sappiamo chi non vuole le urne, tutti costoro sono i nemici della nazione. Devono essere fermati prima della svendita totale dell’Italia. Sono gli stessi che ci catechizzano con la democrazia, salvo respingerla quando non possono controllarne o accomodarne i risultati.
Le larghe intese sarebbero il colpo di grazia alla Penisola. Meglio di ulteriori accordi banditeschi in Parlamento è il responso dei cittadini col quale infrangere definitivamente i piani di coloro che tramano pateracchi istituzionali permanenti, per pararsi il sedere a spese nostre.
Sappiamo che Forza Italia, il Pd e loro satelliti vari non vogliono votare perché oramai screditati agli occhi della gente, temono la disfatta e con essa l’emersione completa delle loro malefatte. Per allontanare il rischio fabbricano paure e spargono terrore. Après nous le déluge, dice quest’armata delle tenebre allo sbando e quindi ancor più pericolosa. Sono partiti che disprezzano il popolo, i suoi bisogni, le sue esigenze e le sue speranze di autonomia. Dall’altra parte non c’è un granché. Lega, M5S e FdI che non sono esattamente la soluzione ai problemi del Belpaese. Tuttavia, quest’ultimi non fanno parte della combriccola dei farabutti di regime. Non prendono ordini dall’Ue, dagli americani, dalle banche e dalla finanza. Almeno per ora. Sono l’unica scappatoia estemporanea che possiamo imboccare per frenare il saccheggio dei mercenari antinazionali all’ultima spiaggia, in cerca di un nuovo accordo alle spalle della collettività. A patto però che questi gruppi resistano ai canti di certe sirene malefiche sempre operanti intorno a loro. Salvini e Meloni a quello incantatore di Berlusconi. Grillo e soci a quello della sinistra che ha molti infiltrati tra i pentastelluti.
Così siamo ridotti, dopo decenni di decadenza. A scrutare le stelle, in mezzo alle ruspe. Ma è l’ultima chance che ci resta per non fare fine peggiore.

Tutti rognosi.

GRILLO

Non sono intervenuto su tutto il casino che stanno facendo per Roma, la Raggi e via dicendo. Credo di aver sempre dimostrato poca simpatia per i “grillini”, soprattutto perché non li ritenevo una reale alternativa e li ho sempre visti pasticciare. Il loro moralismo era fastidioso e, quando poi hanno preso come campione dello stesso un personaggio come Berlinguer, ho capito che non sanno nemmeno quello che dicono, non conoscono il nostro passato né un po’ di storia qualsiasi. Gente senza alcuna preparazione, solo agitatori di bassa lega. Tuttavia, è chiaro che questo battage attuale contro di loro è condotto dalle due più sporche formazioni politiche, il PD e F.I. Vogliono soltanto accaparrarsi quel buon gruzzolo di voti che il “movimento 5 stelle” ha raggranellato. Si tratta quindi di un gioco che di politico non ha nulla, è solo manifestazione dell’ormai infimo livello a cui sono giunti tutti questi partiti del Nulla. Si dimostra ogni giorno di più che cosa è stato ottenuto con l’altrettanto sporca manovra di “Mani pulite”: un paese prono allo straniero (Stati Uniti in testa) e ormai lanciato verso un baratro in cui precipiteremo rovinosamente.

Il Pd è passato attraverso i D’Alema, Bersani e i più giovani loro seguaci, tutti eredi di quella parte del PCI che si è accasato con gli Usa e l’atlantismo già negli anni ’70, avendo come segretario appunto il “moralista”. Adesso Renzi non ha fatto altro che trarne la logica conclusione di cancellare del tutto il ricordo del vecchio “marchio” comunista, già in fase di sbiancamento con Togliatti. Lo ha fatto tanto bene che perfino i berlusconiani hanno avuto simpatia per lui e i suoi accoliti (maschi e femmine). Poi, snobbati, stanno facendo critica livorosa contro il governo, ma con continui messaggi che, se finalmente Renzi concedesse loro un po’ di attenzione, si addolcirebbero nuovamente. Quanto a quelli che avrebbero infine dovuto rappresentare l’opposizione, hanno dimostrato di non avere nessuna spina dorsale. Le sciocchezze dette da Salvini da Vespa fanno capire perché tipi del genere mai hanno avuto il coraggio, nemmeno dopo il tradimento di Berlusconi alle comunali di Roma, di dire chi era costui e come ormai fosse mani e piedi legato agli Usa e quindi sempre pronto a fare da supporto al governo attuale, malgrado una serie di manovre di mascheratura.

In definitiva. I grillini hanno dimostrato quello che sono. Gli altri sono solo avvoltoi che sperano nella loro morte. E’ tutta una genia che occupa la sfera politica, ma di politico non ha nulla. Non parliamo del ceto imprenditoriale italiano che ha dimostrato a Cernobbio tutta la sua nullità. Non è poi un caso che escano in Italia, ad opera degli intellettuali pagati da costoro, appelli per il TTIP. Abbiamo ai vertici dell’intera società italiana solo dei venduti e manipolatori da quattro soldi. Eppure sembrano ancora bastare per tenere sotto le scarpe una popolazione sfatta come la nostra. Ci potremo mai risollevare da simile vergogna? Non certo se si va ancora in cerca di voti e basta.

La Garrota

 

 

Venti anni fa furono necessari i fuochi d’artificio per ottenere la defenestrazione di un intero ceto politico in gran parte screditato, l’indebolimento irrimediabile di una classe dirigente nazionale e l’integrazione subordinata e asservita supinamente al sistema di dominio atlantico. La mitologia europeista e globalista, il moralismo giudiziario furono l’efficace collante ideologico propinato da strateghi afflitti da eccessiva sicumera circa l’esito vittorioso della battaglia. In questi ultimi anni la tattica è cambiata: una moral suasion, un continuo logoramento e un progressivo accerchiamento sino a convincere e costringere il reietto stesso, in un primo momento riottoso, ultimamente pateticamente rassegnato, a portare in prima persona la croce nella speranza che, al capolinea, sia una sua controfigura a salirci. Un pathirion  dove il portatore assume le sembianze del ladrone e del Giuda, piuttosto che del Cristo, laddove i veri sofferenti e crocefissi saranno i ceti che, nemmeno presenti alla processione, in qualche maniera tengono sù questo paese e vorrebbero preservargli una qualche parvenza di sovranità.

Non so se, al loro patimento, si aggiungerà la beffa che l’indice che li indicherà al ludibrio sarà quello del reietto, loro ex condottiero.

Vedremo!

Alla attuale sagacia tattica dei nostri, presumibilmente eterodiretta, fa difetto, però, la scarsa presa, ormai, del collante ideologico di allora e l’esistenza non dico di un gruppo dirigente, ma nemmeno di una qualche personalità di qualche spessore in grado di raccogliere, con un minimo di presentabilità, le schegge impazzite e annichilite da vent’anni di antiberlusconismo.

È la carta residua che consente la sopravvivenza momentanea del cavaliere reietto; la sua corte si sta di nuovo affollando di personaggi i quali non hanno nemmeno più bisogno di mimetizzarsi e paiono destinati a raccogliere in qualche maniera le redini.

Al reietto, probabilmente, sarà graziosamente concesso di scegliersi i propri carnefici a condizione che lo stesso sacrifichi i propri paladini e le schiere di complemento; forse potrà evitare il supplizio acrobatico, uno spettacolo concesso solitamente volentieri alla plebe, di sputarsi con disprezzo, non fosse altro che per la scarsa agilità, consentita dall’età ormai avanzata e che gli impedisce di tracciare la balistica e incrociare con successo la traiettoria della propria gelatina in aere.

I fedeli ad oltranza patiranno un po’ di disorientamento; ma nell’incertezza, con il voto ad una stessa persona, non corrono il rischio di sbagliare e potranno sostenere una delle sue due parti: quella fittizia o quella reale; potranno, così, ancora bearsi per un momento.

Più civile, certamente, lo spettacolo di un clown che di un gladiatore; siamo, perdiana, nel ventunesimo secolo, per di più dalla parte politicamente corretta e pacifista.

Non a caso D’Alema, lo stratega delle mille sconfitte, accortosi  di aver afferrato ancora una volta l’ombra dell’avversario, annusando i pericoli di isolamento,  rievocava e auspicava, or sono tre settimane, quello spirito di venti anni fa necessario ad affrontare una crisi dalle sembianze simili ad allora, ma lamentava la frammentazione e lo scarso radicamento delle rappresentanze sociali attuali e vagheggiava il sostegno aperto di movimenti in realtà parodistici e bisognosi, oltre misura, di essere fomentati.

Il clou delle manovre e del dibattito è di queste ore e verte, ovviamente, sull’attacco speculativo, sul debito, sulla finanziaria, sulle privatizzazioni e liberalizzazioni necessarie, secondo gli apologeti, a risollevare le sorti del paese. Non siamo, però, ancora agli atti conclusivi.

Saranno, comunque, gli argomenti centrali dell’articolo.

Occorrerà prima sottolineare, però, alcune novità emerse sin dall’inverno scorso nel dibattito politico, utili ad evidenziare lo sforzo della moltitudine antinazionale, talmente comprensiva, ormai, da includere il reietto stesso, di abbozzare un progetto politico capace di erodere il consenso residuo riservato al cavaliere e di recuperare il sostegno dei ceti intermedi, compresi quelli riformatori e produttivi.

Già da questo inverno la discussione sui ceti medi produttivi, sulle liberalizzazioni e sulle privatizzazioni necessarie a rilanciare il paese aveva tentato di superare i proclami ideologici ed entrare nel merito.

Aveva iniziato il PD nella sua assemblea programmatica ma con esiti alquanto incerti; aveva proseguito la Confindustria di Marcegaglia rivendicando orgogliosamente, con qualche approssimazione di troppo, la pari dignità di ogni singolo associato, a prescindere dalle dimensioni della propria azienda, il ruolo della piccola/media industria nel paese, la funzione di sostegno svolta da Confindustria per essa, il rifiuto del sostegno pubblico alle attività imprenditoriali, l’accettazione piena delle sfide del mercato e delle linee guida della Comunità Europea nelle politiche di bilancio pur sollecitando una riconsiderazione degli obbiettivi  che non sacrificasse la crescita, una apertura esplicita delle attività pubbliche, comprese le attività di servizio locali, all’iniziativa privata.

Man mano che si profilava, si potrebbe dire preconizzava, la dimensione dell’attacco politico e speculativo, maturava l’incredibile iniziativa delle “parti sociali” (Confindustria, Associazione bancaria, sindacati confederali e, infine, qualche altra decina di organizzazioni) di un primo documento in cui si stigmatizza: “Il mercato non sembra riconoscere la solidità dei fondamentali dell’Italia. Siamo consapevoli che la fase che stiamo attraversando dipende solo in parte dalle condizioni di fondo dell’economia italiana ed è connessa a un problema europeo di fragilità dei Paesi periferici. …”e quindi: “occorre ricreare immediatamente nel nostro Paese condizioni per ripristinare la normalità sui mercati finanziari con un immediato recupero di credibilità nei confronti degli investitori” , ribadita con un altro documento simile, il quattro agosto, una settimana dopo.

L’attacco, quindi, è in gran parte pretestuoso, ma facciamone propri gli obbiettivi; questo il senso dell’appello. L’accettazione trionfale della disfatta. Non proprio una “frattinata”, ma quasi; all’aspetto giulivo è subentrato quello melodrammatico.

Parallelamente la stampa ha tentato un approccio più analitico ai problemi, forse comprendendo la difficoltà di coesione rispetto a vent’anni fa e la necessità, quindi, di condurre una battaglia politica più aperta e motivata.

Tra le tante testate all’opera, le più emblematiche: “il sole 24 ore” pubblica un vero e proprio manifesto programmatico in nove punti, “il corriere” apre con una serie di editoriali con cui si spinge sulle privatizzazioni-liberalizzazioni, con qualche cautela, qua e là, sui rischi di eccessive aperture all’estero e si critica il carattere composito della coalizione di centrodestra, “il sussidiario.net” argomenta con buona sagacia sulle ragioni positive di questa politica liberale; autentico sentimento di comprensione e pena umana suscita Sallusti, direttore de “il giornale”, costretto a vere e proprie acrobazie nel far rientrare nel programma del polo le imposizioni altrui sino a dissolvere le truppe incaricate della resistenza nell’orda degli invasori. Saranno, queste ultime, ben mimetizzate nella massa, ma hanno dimenticato di abbassare i vessilli; cosicché è facile individuare il loro cambio di direzione.

Il “consiglio di Bengasi”, del resto, deve essere ben infiltrato anche nel governo di Silvihalmmar (di Porto Cervo) Berlusconidejhad, visto che almeno un paio di provvedimenti iniziali della finanziaria poi modificati, il primo, quello del quadruplicamento ed oltre dell’imposta di bollo sul conto titoli, il secondo, quello della drastica riduzione delle detrazioni sulle spese sanitarie e ristrutturazione edilizia lanciava due messaggi precisi, rispettivamente, alle categorie dei risparmiatori e dei liberi professionisti: abbandonate l’acquisto di titoli pubblici agli uni; di fronte a cotanto salasso potrete almeno evadere le tasse ancora di più, agli altri.

Due indicazioni perfettamente complementari agli attacchi esterni.

Non sono un teorico delle cospirazioni onniscienti e onnipotenti, né della riduzione di ogni ambito della conflittualità economica, ideologica e politica al complotto di un’unica mente strategica.

Si va per tentativi, test e colpi di mano.

Si usa la diplomazia spartitoria, l’infiltrazione o la forza militare per imporre o pilotare processi politici e svolte radicali, stroncare sul nascere alleanze alternative. La guerra in Libia, le primavere arabe secondo convenienza, le scaramucce di avvertimento in Corea e in Pakistan sono parte integrante di questa strategia.

Si indeboliscono o si annettono con strumenti politici ed economici i centri strategici suscettibili di essere il veicolo e lo strumento di scelte più autonome. Da un paio di anni, infatti, la forza e il prestigio di ENI e Finmeccanica appaiono chiaramente ridimensionati, lasciandole esposte agli attacchi speculativi, a possibili acquisizioni estere, americane nella fattispecie o alla loro liquidazione, una volta acquisite tecnologie e portafogli.

I predatori e gli sciacalli sono ormai numerosi, con una loro gerarchia e qualche licenza operativa.

Così come avviene in natura, gli sciacalli spesso rischiano quando si avvicinano troppo alla preda in presenza del predatore più grosso; spesso riescono a strappare qualche boccone più fresco, ma rischiano di essere azzannati rabbiosamente.

Il recente attacco speculativo alla Francia è forse l’avvertimento del grande predatore a non forzare troppo la mano, giusto per far presente che una guerra si fa, possibilmente, soprattutto per raccogliere periodicamente un bottino, non per radere al suolo un paese e raccoglierne i resti e le ceneri.

Mancano ancora i commensalisti, i più graditi dai grandi predatori; gli animali che si nutrono dei fastidiosi residui di cibo depositati tra le fauci, sul corpo e nelle vicinanze dei dominanti. Pare il ruolo auspicato e programmato dalla grande potenza al nostro paese ed accettato di buon grado da buona parte della classe dirigente nostrana.

L’Italia è solo una pedina e un luogo dello scacchiere; una volta sistemata, toccherà a qualche preda più grossa, magari amica, nella attuale contingenza, del grande predatore.

È quanto preconizzano da tempo, con lucidità, Sapir e Chauprade in Francia sul conto dell’Europa, dell’euro e del loro paese guidato da Sarkozy.

Riguardo alla situazione, in particolare del nostro paese, quello che colpisce è la estrema varietà e complessità delle variabili e degli strumenti disponibili o condizionabili, direttamente proporzionale al livello di frammentazione dei blocchi sociali e degli apparati statali.

In questo quadro va inserita l’analisi della legge finanziaria, ma anche di altri provvedimenti collaterali come il decreto sulla crescita.

Il provvedimento è il frutto certamente di un attacco esterno maturato in questi ultimi mesi e assecondato chiaramente da consistenti forze interne; sconta, però, il fatto di una spesa pubblica che è un elemento di freno e subordinazione del paese per il carattere di collante parassitario piuttosto che per la sua entità.

Ha scelto come vessillo la lotta ai costi della politica; un modo per dirottare l’avversione popolare su un aspetto tanto odioso quanto secondario del carattere parassitario della spesa pubblica e per ridurre alla ragione e all’ordine le componenti corporative più marginali al sistema di potere.

Sicuramente, nei prossimi mesi, subirà ulteriori pesanti ritocchi legati al conflitto in corso e alla morsa che si sta stringendo intorno al paese, ma entro direttive ampiamente tracciate.

La prima parte, quella di efficacia immediata, riguarda l’incremento significativo della tassazione sotto varie forme. I ticket sanitari e il prelievo oltre i novanta mila euro di reddito costituiscono la prima tranche; la drastica riduzione delle detrazioni fiscali, con la scandalosa eccezione degli incentivi esorbitanti alle installazioni fotovoltaiche ed eoliche, la seconda. Se la prima costituisce un classico esempio di prelievo forzoso con l’aggravante di incrementare, nel caso dei ticket, i costi amministrativi del servizio sanitario, la seconda, oltre ad incrementare il livello di tassazione, con la riduzione delle detrazioni delle spese sanitarie e ristrutturazione edilizia, costituirà un aperto incentivo all’evasione in settori dove il recupero fiscale è maggiormente compatibile con le capacità di reddito e l’economia delle categorie professionali interessate. Un segnale preciso, quindi, a determinati settori del ceto medio costituito, nello stesso tempo, da precarietà e privilegio abusivo.

Un discorso a parte meriteranno le future destinazioni del cinque e otto per mille, tanto importanti dal punto di vista della costituzione dei blocchi sociali quanto impossibili da valutare in anticipo, perché frutto di una contrattazione con singoli gruppi di associazioni ed istituti dalle finalità le più disparate. Mancano le forze, nel blog, per una analisi dettagliata di questo universo importante per la stabilità della formazione sociale.

La seconda parte riguarda il taglio delle spese.

Su questo l’amministrazione statale ha due strade agevoli da percorrere: quella del taglio agli indennizzi e ai servizi alla persona e alle spese per investimento ed ammortamento di strutture ed infrastrutture. Sulla prima esistono delle sacche in cui il cumulo di indennizzi e servizi creano delle figure privilegiate, ampiamente sostenute da associazioni lobbistiche e dal buonismo perbenista. L’uso demagogico di queste situazioni, se non contrastato da organizzazioni serie, potrà servire a colpire gli interventi essenziali. Sulla seconda, la finanziaria prevede una drastica riduzione degli accantonamenti e incremento dei prelievi, una pratica già diffusa nelle aziende pubbliche a scapito degli investimenti e della gestione corrente.

Molto più problematico dal punto di vista politico ed organizzativo è l’intervento sulle strutture fisse assistenziali come i centri di internamento, ad esempio gli istituti per i minori. Sono centri molto spesso luogo di pratiche scandalose tese più a garantire la riproduzione degli apparati burocratici e il finanziamento dei centri promotori che condizioni di effettiva assistenza, ma molto ben sostenuti dalle lobby. Di questo, nella finanziaria, infatti, non c’è traccia anche se i risparmi sarebbero significativi.

La finanziaria si dilunga voluttuosamente, spesso a ragione, sul taglio delle spese, sulla razionalizzazione dei flussi, sull’introduzione di parametri di costo rigidi (spending review) e sulla riorganizzazione del personale.

In realtà si tratta di discussioni che si trascinano da trenta anni e risorte improvvisamente sulla base dell’attuale emergenza. La finanziaria ha pubblicato delle tabelle con riduzioni dei costi per singoli ministeri, affidando agli stessi la responsabilità della riorganizzazione, in mancanza della quale procederà al taglio lineare del finanziamento.

Chi conosce un minimo di gestione aziendale ed amministrativa pubblica sa che, se non si decidono e modificano livelli e quantità di controlli, mansioni e gerarchie, legate ai processi di informatizzazione, non si semplifica e razionalizza e, quindi, non si risparmia; tanto più che l’ossatura del sindacato del pubblico impiego è costituita, non dalla massa degli impiegati, ma proprio da quei quadri intermedi che dovrebbero essere il principale oggetto di ridimensionamento e riorganizzazione. È una componente che è riuscita a ritardare di quindici anni la riorganizzazione di aziende pubbliche a gestione privatistica, come le Poste; figurarsi il potere deterrente che può avere in una organizzazione statale classica.

Un piano articolato di riorganizzazione costringerebbe le parti interessate, compresi i sindacati, a trattare su dati concreti e a escogitare modalità operative in grado di attenuare e sdrammatizzare le conseguenze sul personale, come avvenuto in Germania.

Le stesse procedure di semplificazione sono propedeutiche alla eventuale liberalizzazione di tutti quei ceti professionali autonomi che prosperano sulla farraginosità e la complessità delle normative e delle procedure e sulla molteplicità dei punti di accesso all’amministrazione (fisco, giustizia civile, pratiche di concessioni, registrazione di atti). Gli stessi tagli agli enti locali sono deleteri soprattutto perché non si interviene sulle spese fisse di amministrazione e si finisce con il tagliare i servizi alla persona.

Tutto lascia presagire che alla fine il proposito si concluderà in uno scontro sotterraneo su gruppi di interesse marginali.

L’abusato cavallo di battaglia della lotta all’evasione fiscale, che ha trovato nella Marcegaglia un ulteriore e inaspettato alfiere entusiasta, non potrà certo colpire quei settori che fanno dell’evasione un puro strumento di sussistenza della propria attività e, dietro questo scudo, ometterà il recupero sull’evasione di tipo speculativo e parassitario; si risolverà in un ulteriore drenaggio di risorse costituito da uno stillicidio di accertamenti fiscali su irregolarità per lo più formali e sulla riscossione di sanzioni usuraie e penali spropositate  sui singoli malcapitati.

Potrà sembrare retorica; basterebbe vedere le modalità di recupero delle tasse sulle rivalutazioni catastali effettuate con colpevole ritardo dalle amministrazioni e sanzionate, paradossalmente, gravosamente ai contribuenti; tipico esempio di “sportello amico”.

Uno stillicidio destinato ad irretire buona parte della popolazione.

Di sportello unico per il cittadino e per le imprese si parla da trenta anni; solo a maggio il Governo ha inserito qualcosa nel “decreto sviluppo” a titolo sperimentale in alcune zone; senza alcuno esito operativo al momento.

Una riorganizzazione efficace richiede un ceto politico forte e un sindacato serio di tipo confederale; due requisiti di là da venire.

In realtà il bersaglio grosso dell’attacco è costituito non dalla spesa pubblica, oggetto di speculazioni gravose per il paese quanto contingenti, ma dal patrimonio industriale residuo e da quello dei servizi, entrambi pubblici o convenzionati; non cesserà sino a quando non si riuscirà ad ottenerne la liquidazione e il controllo strategico oppure di lucrare qualche rendita a seconda del livello di importanza dell’attività.

All’interno di questa dinamica si formano le collusioni, anche se segnati da conflitti, tra i gruppi strategici dominanti, soprattutto stranieri e i gruppi di interesse locali o subordinati.

Gli articoli di Ugo Arrigo sul “sussidiario” e di diversi editorialisti sul “corriere” assumono un preciso significato in questa ottica.

Arrigo parte da una affermazione simil-lagrassiana: “Poiché per privatizzazione si intende il passaggio dalla proprietà pubblica a quella privata di imprese, immobili o altri attivi patrimoniali, bisogna sfatare in primo luogo l’assunto, molto caro sia alla sinistra radicale che alla destra colbertista, che pubblico sia sempre bello e buono e privato il suo esatto opposto. Pubblico e privato identificano solo la proprietà di strumenti di produzione, mentre nulla rivelano sull’uso effettivo che di essi viene fatto.”, ma per concludere che le privatizzazioni sono comunque preferibili e necessarie a patto che vi siano “adeguati sistemi di regolazione del mercato”.

A parte il fatto che gli “adeguati sistemi di regolazione” dipendono, come tutti i sistemi di regolazione sociale, dal conflitto di interessi, anche, nella fattispecie, dal tipo di servizio o prodotto offerto e dal fatto che l’erogazione comporti o meno l’utilizzo di una rete esclusiva.

In quest’ultimo caso, come potrebbero essere le reti del gas, elettriche, rete telefonica fissa, rete idrica, parlare di concorrenza risulta in gran parte pretestuoso, ininfluente dal punto di vista dei benefici e mira al puro trasferimento di ricchezza da un soggetto all’altro.

Tutto dipende dal tipo di rapporto tra committenti ed esecutori e dagli imput conseguenti; di esempi, nel bene e nel male, ce ne sono a iosa.

In Italia, tra l’altro, i livelli di privatizzazione e liberalizzazione sono elevati e i servizi sono erogati, spesso, sulla base della sola convenienza. Il servizio postale, ad esempio, è completamente liberalizzato e le aziende private lo forniscono, ma solo dove trovano convenienza, cioè nelle zone ad alta densità demografica e produttiva e per particolari servizi. Non forniscono, quindi, un servizio universale.

L’accademico si spinge ad affermare che l’origine dei capitali, nazionale o estera, è ininfluente sul ruolo svolto; sottolinea, inoltre, a sproposito che, storicamente, le aziende pubbliche non sono mai esempio di efficienza e convenienza economica.

I fattori su cui glissa,  però, sono dirimenti.

I paesi europei di una certa rilevanza che hanno privatizzato, hanno, a loro volta, in qualche maniera mantenuto il controllo delle aziende e delle attività, a prescindere dal carattere privato o pubblico dei capitali; sono riusciti a privatizzare solo dopo aver avviato la riorganizzazione delle aziende, cosa ancora lungi dal verificarsi in Italia in maniera coerente.

Parlare di mercati, riguardo ad alcuni servizi e prodotti strategici, significa parlare di mercati europei e, quindi, di reciprocità delle condizioni di accesso.

Notoriamente le condizioni di accesso sono diverse, la Comunità Europea emana delle direttive deboli e diversamente applicate nei vari paesi e gli accessi dipendono in gran parte dal peso politico e dalle attività lobbistiche negli stati e nella Comunità Europea.

Sono essenziali i programmi di investimento strategici e di lungo periodo.

Manca una analisi seria del bacino di mercato di riferimento dei servizi; una cosa, ad esempio, è il bacino di mercato dei servizi postali olandese, con alti volumi di traffico rispetto alla popolazione in un paese facile da percorrere, altra cosa sono le caratteristiche italiane (Sarà un argomento da approfondire in tutti gli aspetti, non solo quelli di mercato, per di più solo postale).

Manca una analisi seria delle reali possibilità di reperimento di capitali nazionali privati nella gestione di attività strategiche o di una qualche rilevanza. Gli esempi di Telecom, del Treno ITALO e di tantissimi altri rivelano il ruolo pressoché di copertura e di prestanome dell’imprenditoria italica.

Il nostro, infatti, indica le privatizzazioni degli anni ’90 come un esempio luminoso, anche se, bontà sua, parziale da seguire.

In gran parte degli ambiti, le immediate convenienze di mercato sono solo uno dei fattori che determinano le scelte strategiche di queste attività; lo diventano solo per quei paesi ricattabili e senza alcuna ambizione di sovranità e peso politico.

Il problema è che si scambia il mercato con una gestione efficiente e mirata agli obbiettivi delle risorse interne delle attività. Su questo sia le aziende private, specie quelle grandi, sia quelle pubbliche hanno parecchi punti in comune, soprattutto nel male.

In queste condizioni, in un paese dal peso politico aleatorio, senza una strategia e accecato dalla mitologia europeista e liberista, si rischia di creare la terra di nessuno.

Che sia questo il destino più o meno consapevole scelto dalla maggior parte della classe dirigente nazionale lo rileva il fatto che gran parte del dibattito si è spostato sul futuro delle aziende locali e minori di servizio, le uniche in cui i centri privati di potere possono assumere un ruolo autonomo e fornire,  forse, capitali e risorse.

Si da ormai quasi completamente per assodata la cessione delle grandi aziende e dei grandi servizi strategici.

La stessa attenzione enfatica riservata ai ceti medi produttivi e alla piccola e media industria, contrapposta al ruolo della grande, rivela in realtà il carattere del tutto subalterno e condizionato dalle scelte strategiche di centri strategici americani e mitteleuropei che si vuole riservare ad essi e al paese.

Una attenzione pelosa ma interessata anch’essa da attriti e conflitti.

La proposta avanzata da Enrico Letta e altri del PD e dell’area di centro di costituire due /tre grosse aziende fornitrici di servizi nel centro-nord Italia, del tutto irrazionale dal punto di vista della gestione, diventa comprensibile nell’ottica di una cessione a grandi investitori; non a caso è stata accolta gelidamente da Confindustria e da gran parte degli altri “liberalizzatori”.

In realtà il problema della spesa e delle risorse pubbliche, soprattutto in un paese in cui il capitale privato ha connotati in gran parte fragili, frammentati e parassitari, assume un valore strategico sia per la destinazione delle risorse che per la composizione dei blocchi sociali necessari a realizzare una strategia nazionale e sovranista e la scomposizione dei blocchi avversi. Ridurlo a un mero problema contabile, significa esporre ulteriormente il paese al ricatto e alla svendita.

 

Collateralmente alla finanziaria, il Governo Berlusconi ha riesumato la valenza del “decreto sviluppo” di maggio scorso.

Già confrontandolo con gli analoghi provvedimenti, molto più dirigisti e orientati, di Francia e Germania, anch’essi ispirati alle direttive della Comunità Europea, se ne rileva la pochezza. Oltre al credito di imposta per  le imprese orientate al reinvestimento c’è poco altro se non la attenzione riservata a due settori importanti ma non proprio strategici: il turismo e l’edilizia, con il secondo che produce già più di un terzo dell’attività industriale e che, notoriamente, poggia i realizzi sulle rendite più che sull’attività produttiva. Dovrebbe essere uno dei settori da cui trasferire risorse, spesso in realtà immobilizzate, verso i settori strategici; invece lo si alimenta ulteriormente.

Tutto il dibattito sulla efficienza della spesa pubblica, a prescindere dagli obbiettivi e dalla strategie, serve in realtà ad aggregare figure diverse, magari anche parzialmente alternative al ceto semicolto di lagrassiana memoria, ad attività secondarie, ma a rendita garantita e a riproporre un diverso blocco sociale subalterno. I conflitti, per tanto, sono destinati, comunque ad acuirsi.

Il malcontento generato da queste scelte esiste; corre, però, seriamente il rischio di essere raccolto da espressioni politiche addirittura peggiori delle attuali e le recenti elezioni amministrative hanno lanciato segnali inquietanti.

È un processo ancora fragile, in formazione e allo stato nascente; può essere, quindi, ancora contrastato e qualche remora a proseguire nella svendita esiste anche in alcune delle alte sfere.

L’unanimismo del tavolo delle trentasei associazioni si scioglierà ben presto con la prosecuzione degli attacchi politici e speculativi e con la necessità di adottare una qualche scelta discriminatoria pesante.

Lo stesso fatto che il dibattito abbia dismesso il carattere delle crociate e abbia assunto aspetti più pragmatici potrà fornirci nuovi spunti di dibattito e battaglia politica.

Non a caso i giornalisti, con la inesorabile eccezione degli eurosinistri, ormai si chiedono sempre più spesso e lo chiedono agli intervistati se le tempeste speculative sono il frutto esclusivo delle leggi di mercato o sono influenzate anche dalle strategie politiche in conflitto.
Il collare della garrota si sta stringendo, il suo punzone comincia a premere, le mani che la muovono sono sempre meno invisibili.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-libera/2011/7/28/INCHIESTA-3-Treni-e-poste-la-lezione-di-Olanda-e-Inghilterra/5/197231/

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-16/nove-impegni-crescita-081016.shtml?uuid=AaNvVcoD&fromSearch

LA QUESTIONE IMMORALE

Bersani si scrolla di dosso i “Penati” dell’inferno con una operazione semantica che sa di girone degli ipocriti e dei falsari. Il Pd e i suoi membri continuano a sentirsi diversi dal resto dei “dannati” parlamentari (ladri, furfanti, fornicatori, bugiardi, lestofanti), soprattutto di destra, anche se non più per patrimonio genetico ma per mutazione “antropolitica”. Non sforzatevi di capire, la distinzione è così sottile che praticamente non esiste, pura “de-forma mentis” di chiacchieroni con predisposizione alla ciarla. Peraltro, essendo loro che stabiliscono il confine tra giusto e sbagliato, buono e cattivo, bello e brutto, onesto e disonesto, secondo un’assiologia progressista che si applica soltanto agli appartenenti alla setta democratica, sarà sempre impossibile  trovare uno di sinistra che sia mai stato colpevole di qualche nequizia. Quindi, sono migliori e basta, a prescindere dai fatti, dalle scelte e dai risultati ottenuti che come tutti sanno restano inessenziali per giudicare l’operato di una forza politica. Ciò che conta è lo stile, l’eleganza, il fascino, la raffinatezza, l’aplomb, il savoir faire e il savoir dire. Il segreto del successo e della carriera parlamentare e istituzionale sta qui. Se sei della premiata ditta Bersani&co. ed allunghi le mani su un istituto di credito non stai facendo una scalata in borsa ma stai portando i diseredati nel caveau di una banca per attuare il famoso detto brechtiano (cos’è lo svaligiare una banca rispetto a fondarne una?), salvo il fatto che quest’ultima poi non la chiudi ma la tieni aperta cambiando le “insegne sociali” e definendola etica, se prendi sovvenzioni per il tuo partito attraverso strani giri di denaro non stai violando la legge sul finanziamento ai partiti ma stai praticando il principio machiavelliano del fine che giustifica i mezzi, anzi i mezzucci; se qualche tuo protetto fabbrica e vende prodotti finanziari altamente rischiosi ad ignari risparmiatori e tu ne copri la fuga con una promozione ad altro incarico affine, non stai soccorrendo un malandrino ma stai concretizzando i sacri principi della meritocrazia (questo per i banchieri, quando invece si tratta di ex-assessori alla salute basta richiamarli alla sinistra del parlamento per salvargli l’anima); se poi butti uno dei tuoi in mare perché è assolutamente indifendibile, smentendo persino la sua conoscenza, non stai negando l’evidenza ma stai dando all’evidenza la giusta collocazione nello spazio veritativo, il tuo ovviamente, dove ciò che appare è o non è a seconda delle convenienze. Ma questo è nulla in confronto a quanto commesso agli inizi degli anni ’90 allorché per occupare il governo costoro hanno dovuto rinnegare avi, padri, madri, figli e persino loro stessi. All’improvviso nessuno era mai stato comunista, nessuno aveva praticato la lotta di classe, nessuno era nato, cresciuto e pasciuto a Botteghe Oscure, nessuno si era mai iscritto al PCI e se qualcuno lo aveva fatto era stato per distrazione, tradizione o errore di gioventù. Marxisti per moda, progressisti e liberali per opportunità, umanitari e solidali per vanità ed autocompiacimento, guerrafondai per condiscendenza, servi per vocazione. Sia chiara una cosa, quello osservato oggi intorno a noi è il mondo da loro costruito, si sono prestati all’abbattimento del vecchio sistema per assurgere ai posti di comando lasciando per strada la loro dignità e quella del paese. Ci hanno venduti per quattro scranni di velluto ed ora vengono a darci lezioni di vita. Le uniche lezioni che possono darci sono quelle dalla vita in giù, dove sono stati abili commercianti delle loro chiappe e di quelle altrui.

IL GOVERNO DELLE ÉLITE di G.P.

 

Ci voleva l’elezione del sindaco di Roma Uolter Veltroni alla carica di segretario del Partito Democratico, perchè gli uomini di centro-sinistra ricominciassero ad affidare alla retorica del “nuovismo” avanzante le sorti di un paese che, invece, sprofonda nel baratro politico-economico a causa dell’insipienza della sua classe dirigente. E’ così l’attuale imputridimento delle basi materiali e sociali dell’Italia è divenuto tutto un problema di rinnovamento: rinnovamento della politica, rinnovamento dei partiti, rinnovamento dello Stato e via discettando, con il frasario vacuo di questi pericolosi dilettanti politici che non finalizzano un bel nulla ma continuano ad ammorbarci l’aria con “sciccherie” inutili quanto la loro esistenza. Figuriamoci se uno come Veltroni, buonista nella sua facciata pubblica (quella della manifestazioni di affetto verso l’Africa, le serate cinefili e le notti bianche romane) ma molto meno in quella oscura degli interessi privati dai quali si fa sorreggere, possa incarnare il fantomatico cambiamento. Veltroni è figlio legittimo di quella classe politica piccìista che ha tentato l’assalto al cielo dopo la caduta del precedente sistema di potere democristiano, seppellito da un’operazione giudiziaria che ha avuto un regista “allogeno” (la longa manus d’oltreatlantico) e tanti comprimari autoctoni (gli ex-pci appunto, i quali nel cambio di situazione internazionale, con la fine della guerra fredda, hanno ottenuto lo sdoganamento e l’assunzione al ruolo di potenziali gestori della vita istituzionale del paese, da parte statunitense). E c’è da dire che solo un’astuzia della storia (incarnata nella figura di un personaggio un po’ ridicolo come Berlusconi) ha potuto impedire al progetto piccìista di giungere a compimento, almeno nella sua formula originaria. Rebus sic stantibus, le lacrime di Occhetto alla bolognina trovano una giustificazione solo ex-post, essendo passate, ben presto, dal falso cordoglio per la dipartita del più grande partito comunista d’occidente al pianto amaro per la mancata incoronazione elettorale del ’94.

Già questo basterebbe a screditare i falsi moralizzatori del nuovismo che invecchia solo a pronunciarlo, quelli che hanno accettato di commettere le peggiori nefandezze (chi meglio di D’Alema avrebbe potuto autorizzare una guerra infame contro la Yugoslavia, nel ’99, senza attirare su di sè le ire del pacifismo sinistroide e per di più, avvolgendo un atto criminale che non aveva giustificazione nel peggiore linguaggio imperiale? la c.d.“difesa integrata”) per il loro personale tornaconto.

Adesso che la politica italiana è completamente bloccata, incatenata agli interessi dei dominanti finanziario-industriali in guerra tra loro per spartirsi le risorse nazionali, l’uomo nuovo, guarda caso, nasce direttamente dal ventre dell’apparato politico che questo sfacelo ha contribuito a determinare ed aggravare. Scommettiamo che tra qualche mese Veltroni verrà fuori dicendo che lui, oltre a non essere mai stato comunista, non è nemmeno mai stato un diessino convinto, perché il suo cuore già batteva per il modello americano mentre la sua anima pia era in attesa di ascendere, prima di qualunque altra, al nascente PD che rinnoverà tutti quanti.

Forse qualcuno storcerà il naso per le nostre citazioni dagli editoriali di Geronimo, ma non venitemi a dire che questi non hanno nulla a che vedere con la realtà. Quella che segue e che riportiamo (condivisa dallo stesso Gianfranco La Grassa, il quale mi ha consigliato di riprendere l’articolo nelle sue parti più significative) è una delle epitomi più lucide di ciò che accade in Italia in questa fase: 

“Il termine «nuovo» dunque sembra essere solo una parola che nasconde però una tentazione antica quanto il mondo, e cioè il governo delle «élite». Quelle economico-finanziarie e quelle burocratiche, quelle sindacali e quelle confindustriali, quelle dei poteri costituiti (magistratura, forze di polizia etc.) e quelle dei grandi organi di informazione. Insomma quell’establishment che conta e che già nel ’94, dopo aver attivato tangentopoli, tentò la scalata al potere con la gioiosa macchina da guerra di Occhetto ma fu battuta dall’arrivo di Silvio Berlusconi. Quelle forze hanno impiegato 15 anni per giungere al punto di oggi e cioè all’approdo non solo di una democrazia leaderistica ma ad un modello in cui il leader è figlio ubbidiente di alcuni centri di potere e dove i gruppi dirigenti vengono spazzati via dal rapporto diretto tra il leader di turno e la «gente». Ma dove si discuterà di politica? In una assemblea numerosa, naturalmente, come quella della costituente democratica chiusa poi con alcuni «editti» organizzativi di Walter Veltroni, il nuovo traghettatore verso un sistema politico autoritario. E quando e dove si selezioneranno idee e energie se i luoghi della politica saranno sempre e solo le piazze e i palazzetti dello sport o altri contenitori simili? Non ci sarà più selezione ma solo cooptazione contrabbandata mediaticamente come il governo dei migliori. Più che il rapporto con il territorio e con i tanti segmenti organizzati della società civile, varranno le frequentazioni dei salotti buoni, delle banche d’affari o i crocevia dove si incontrano in un abbraccio mortale denaro, potere e informazione. Non ci sarà mai più qualcuno che si affaccerà dal balcone di Palazzo Venezia ma la velenosa cultura di Piazza Venezia assumerà altre forme più sofisticate ma altrettanto soffocanti. Neanche Silvio Berlusconi, pure accusato di aver introdotto il modello del partito personale (e nel ’94 non poteva essere altrimenti) è mai giunto a teorizzare la cancellazione degli iscritti e l’appello giornaliero al popolo. Questa deriva peronista che sta emergendo nel Partito democratico c’entra molto poco anche con la cultura politica degli Usa dove vige una «democrazia lobbista» che nel suo intreccio finisce paradossalmente per garantire nella società un equilibrio democratico(…) Di qui, dunque, il rischio democratico che quel «panel» di opinionisti e dirigenti politici già sconfitti dalla storia stanno di nuovo facendo correre all’intero Paese. Alla lunga saranno sconfitti ma produrranno altre macerie nel silenzio complice di una cultura stanca e spesso conformista”.

UN INNO PER IL PD di G.P.

Sicuramente saprete che il PD era alla ricerca di un inno sul quale far avanzare le schiere dei suoi militanti, volte alla conquista della politica italiana. Avrete anche sentito che il PD aveva cercato di cooptare qualche cantautore famoso, scatenando una piccola diatriba tra Francesco De Gregori e Antonello Venditti, i quali si erano presto divisi tra Veltroni e Rosi Bindi. Per alleggerire il clima e sorridere un po’, vi diciamo noi quali sono le  canzoni dei due già citati che sicuramente NON saranno scelte per diventare la colonna sonora del nuovo partito. Temi musicali abbastanza impegnati per un partito leggero come una piuma.

 

SORA ROSA (di A. Venditti)

A Sora Rosa me ne vado via,

ciò er core a pezzi pe’lla vergogna,

de questa terra che nu mm’aiuta mai

de questa gente che te sputa n’faccia,

che nun’ha mai preso na farce in mano,

che se distingue pe na cravatta.

Me ne vojo annà da sto paese marcio,

Che cià li bbuchi ar posto der cervello,

che vò magnà dull’ossa de chi soffre,

che pensa solo ar posto che po’ perde.

Ciavemo forza e voja più de tutti

Annamo là dove ce stanno i morti,

anche se semo du ossa de prosciutti

ce vedrà chi cià li occhioni sani

che ce dirà: "venite giù all’inferno

armeno ciavrete er foco pell’inverno".

Si ciai un core, tu me poi capì

Si ciai n’amore, tu me poi seguì

Che ce ne frega si nun contamo gnente

Se semo sotto li calli della ggente.

Sai che ti dico, io mo’ me butto ar fiume,

così finisco de campà sta vita

che a poco a poco m’ha ‘succato l’occhi

più delle pene de stana immortale.

Annamo via, tenemose pe’mano,

c’è solo questo de vero pe’chi spera,

che forse un giorno chi magna troppo adesso

possa sputà le ossa che so’ sante

 

 

LA CAMPANA (F. De Gregori)

La campana ha suonato tutto il giorno,

laddove i cani hanno abbaiato.

Io ho pianto lacrime fino all’osso,

lacrime e tosse sul selciato.

Incollato sull’asfalto della strada,

mai stato così lontano

dalla dolcezza a cui tutti hanno diritto.

Io con un fascio di giornali in mano,

e con un fascio di giornali in mano pensavo

si può anche morire di dolore.

I miei amici, lo sai, sono tutti schedati.

I miei amici, lo sai, sono tutti in galera.

E avevo in testa una fontana,

una pioggia sottile di pensieri cattivi.

Mentre la gente seduta al tavolino,

conta il tempo con gli aperitivi.

E io inchiodato sulla strada pensavo,

ma tutto questo deve pure finire.

E camminavo come un uomo tranquillo,

e sotto questo grande cielo azzurro,

finalmente mi sentivo un uomo solo.

I miei amici, lo sai, sono tutti schedati.

I miei amici, lo sai, sono tutti in galera,

sono tutti segnati, sono tutti fregati, sono tutti schedati.

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