La caduta dei radical chic di A. Terrenzio

immigrazione

 

La sinistra perde anche l’ultimo feudo. In Toscana 10 comuni passano al centro-destra ed ormai tra le file del Partito democratico è caos.

La sinistra è al capolinea e si avvia ella definitiva estinzione.

Le polemiche violente che negli ultimi giorni sono state mosse da Roberto Saviano, il guru dell’antimafia approdato alla difesa delle Ong, non sono servite a scalfire il prestigio e la cavalcata della Lega.

Attacchi offensivi ed isterici hanno caratterizzato un po’ tutti gli elementi del main stream progressista.

Da Mentana, che commentando il censimento nei campi Rom, allarmava sul pericolo di un vago ritorno ai “rastrellamenti nazisti”, alla proposta demenziale di Orfini del PD, di schedare i fascisti.

Il solito mantra ossessivo, da caso psichiatrico, ha caratterizzato tutta la stampa e nazionale con le accuse rivolte al MdI di “inumanita’”, “xenofobia”, “fascismo”, per le politiche di freno ai traffici sui migranti e la chiusura dei porti voluta ed attuata da Matteo Salvini.

Un’orgia di stupidità collettiva di una sinistra che non fa altro che gridare al fascismo e al razzismo, pur di squalificare ogni minima azione di governo che sia orientata a riportare ordine sulla Penisola, invasa da centinaia di migliaia di disperati.

Moltissimo è stato scritto sulle ragioni del declino inesorabile della Sinistra italiana in tutte le sue gradazioni.

La lontananza dal mondo reale, l’abbraccio incondizionato e dogmatico al multiculturalismo, l’accettazione acritica delle leggi del libero mercato, hanno inesorabilmente scavato la fossa all’area politica peggiore vista negli ultimi decenni.

Convinzione di essere dalla parte giusta, sempre e comunque, incapacità di vedere come il tessuto socio-economico dell’Italia stesse cambiando, odio manifesto per ogni istanza popolare, sono le caratteristiche che accomunano i vertici e la base del Partito Democratico.

Hanno dovuto ingoiare la formazione di un governo identitario/populista, e sin da subito hanno iniziato a nicchiare, cercando di gettare  zizzania tra il partito di Di Maio e quello di Salvini.

Nemici di ogni cambiamento, responsabili di decenni di svendita ed umiliazione della sovranità nazionale.

Ora il Pd e la sinistra tutta sono passati dalla disfatta elettorale alla definitiva liquidazione.

E’ già si discute delle possibili cause, delle “divisioni”, dell’assenza di “leadership”. Tutto, meno che una radicale e sincera autocritica sulle ragioni di un fallimento culturale prima che elettorale.

Siamo di fronte ad un cambio di paradigma dove i vecchi concetti di destra e sinistra sono insufficienti a comprendere il cambio socio/politico delle masse. La sinistra fa ancora fatica ad assimilare perché’ grosse fette del suo elettorato si rivolgono ai partiti populisti. La Geografia elettorale parla chiaro, oramai il PD è praticamente condannato all’estinzione ed è troppo tardi per riconquistare un elettorato che ha preferito sostituire con i migranti ed altri marginali.

Giusta punizione per che si è creduto superiore disprezzando i ceti subalterni, ha etichettato qualsiasi proposta di riappropriazione di sovranità come populista, e non ha mai smesso di predicare “umanità’” e “accoglienza” dall’alto delle ville di Capalbio o dalle patetiche “tavolate multietniche”

 

Salvini e la Libia

 

Lasciate cadere le inutili polemiche sui Rom e la scorta a Saviano, il MdI si è recato il Libia per parlare con il Presidente Serraj e le autorità libiche per la creazione di “hot spot” ai confini esterni della paese e non in Italia, come invece vorrebbe Bruxelles. L’intento sarebbe fermare il traffico di vite umane che provengono dall’Africa sub-sahariana, arrestando il problema delle migrazioni illegali verso l’Europa. A tale visita era preceduta quella del premier Conte in sede UE, dove il PdC aveva ribadito la proposta italiana della creazione di “centri di accoglienza” in paesi di transito nel continente africano come Niger e Libia, appunto. Inoltre, ferma la volontà da parte del governo italiano di annullare gli accordi di Dublino e procedere ad una equa ripartizione delle quote di migranti tra i paesi dell’UE.

La politica estera italiana è radicalmente mutata con l’esecutivo giallo-verde e Roma ha sicuramente recuperato una posizione autorevole rispetto ai governi di marca PD.

La Francia di Macron è il principale nemico dell’Italia in sede europea. L’ipocrita leader di “En marche” ha definito “vomitevoli” le politiche di blocco dei flussi da parte del Governo Italiano e come “lebbra” il vento populista, con chiaro riferimento all’Italia. Immediata la risposta del nostro MdI che ha definito Macron più cattivo di Orban, nella ripartizioni delle quote migranti.

Ma la Libia, oltre ad essere cruciale per la questione dei flussi migratori, è anche al centro della disputa energetica tra Italia e Francia.

Ricordiamo che Macron approfittò dei giorni di vuoto governativo per recarsi a Tripoli e stabilire accordi con le varie fazioni libiche, per la “ricostruzione” del territorio.
I “cugini” sono decisi a cacciarci definitivamente dalla nostra ex colonia per mettere le mani sul petrolio libico ed estromettere l’ENI. Matteo Salvini ne è ben consapevole e ha già fissato un incontro per il prossimo Settembre, per discutere col governo libico di tali questioni e tutelare i nostri interessi petroliferi e commerciali.

Non solo la Cirenaica è al centro del nostro attrito coi francesi ma anche il Niger e la Tunisia, paesi di transito e formazione di gruppi jihadisti e fondamentali per la nostra sicurezza. In Nord Africa, la Francia ci è palesemente ostile e gioca sporco dal 2011.

Altro paese importantissimo per i nostri interessi nel Mediterraneo è l’Egitto di Al-Sisi, con il quale i nostri rapporti diplomatici sono entrati in crisi per il “caso Regeni”, anch’esso pedina di un progetto che mira ad estromettere l’ENI, dopo la scoperta del più grande giacimento petrolifero del Mediterraneo (lo Zohr), nei fondali adiacenti le coste egiziane.

Intanto giunge la notizia da parte di Matteo Salvini, sempre più protagonista di questo Governo a trazione leghista, di essere intenzionato a voler rimuovere le sanzioni alla Russia. Parole che non sono state precedute dai fatti, dato che anche l’Italia si è accodata all’UE nel loro rinnovo.

Sulla domanda in tema di veto in Consiglio UE, il leader del Carroccio ha opportunamente  passato la palla a Conte.
Le sanzioni alla Russia saranno il banco di prova per capire se l’attuale esecutivo M5S-Lega fa davvero sul serio.

LA PROVA DEFINITIVA DI QUANTO ABBIAMO SEMPRE SOSTENUTO, di GLG

gianfranco

Qui
[LA GRANDE MENZOGNA”
La rivoluzione siriana, scoppiata due anni prima, s’inserisce in quel processo di destabilizzazione, chiamato Primavera Araba, attivato dall’amministrazione Obama, dai circoli neo-con, dal potente apparato tecno-militare occidentale e dagli alleati sunniti, e spacciato per spontanee rivolte popolari contro le oligarchie.
E all’interno di questo quadro, la guerra in Siria, al pari di quella alla Libia, ha rappresentato la più incredibile operazione di aggressione ad uno Stato sovrano, spacciato per guerra di liberazione. Un’aggressione che non ha esitato a creare in laboratorio mostruosità come Daesh funzionali alla distruzione dell’assetto geopolitico, a finanziare truppe mercenarie e organizzazioni jihadiste, a investire milioni di dollari in armamenti, a usare il sistema globale dei media per costruire un circuito seriale di fake news in grado di condizionare l’opinione pubblica.
Ma il tempo sta aiutando a svelare la verità su quella che un grande testimone ha definito “la più grande menzogna del nostro tempo”.].

Questo il finale dell’articolo, che sintetizza ciò che è stata la “primavera araba” (osannata dalle decerebrate o altrimenti laide “sinistre estreme”, pretese “antimperialiste,” dei paesi europei; e italiane in modo del tutto speciale) con lo sconvolgimento della Libia e quello che si tenta ancora, almeno in parte, in Siria; una politica – promossa in particolare durante la presidenza Obama – che è all’origine del “grande esodo”, di cui ancora stanno cercando di approfittare i dissennati governi (di “sinistra”) in Europa e in Italia per cercare di sanare il processo dissolutivo cui stanno andando incontro e che sarebbe indispensabile fosse accelerato da nuove forze non di semplice opposizione elettorale e parlamentare. Bisognerebbe schiacciare ed espellere dal consesso sociale questo lurido e infame ceto politico di devastatori della nostra civiltà. Continueremo a parlarne fino all’ossessione perché è il problema principale della fase storica in cui viviamo, dove l’abbrutimento dei degenerati eredi di un movimento di ben diverse intenzioni sta portando il nostro paese al punto più basso di tutta la sua storia.

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L’onta libica

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La vicenda dell’attacco alla Libia di Gheddafi del 2011 attesta non solo l’inettitudine di tutta la classe dirigente italiana a svolgere le sue funzioni ma anche la sua attitudine intrinseca a tradire gli interessi nazionali. Il tradimento è un fatto oggettivo che può concretarsi sia con una decisione presa ma anche con una non presa, da parte di chi ha in mano le redini del potere. Chi occupa un posto di responsabilità statale e non adempie ai suoi compiti può trasformarsi in un traditore per il fatto esclusivo di essersi sottratto alla scelta o di aver sbagliato opzione di fronte a questioni dirimenti per la salvaguardia nazionale. In questo episodio in particolare, non siamo soltanto in presenza di errori volontari ed involontari ma di omissioni belle e buone che hanno mutilato la politica estera del Paese, compromettendo anche la sua sicurezza interna. I media si accaniscono contro i furbetti del cartellino mentre nelle istituzioni abbiamo assenteisti politici cronici e recidivi che complottano contro lo Stato.
Da questo punto di vista ha ragione Salvini, però andrebbero processati tutti i vertici di quella fase storica, non solo l’ex inquilino del Quirinale. Almeno se quello che racconta Schifani, all’epoca degli avvenimenti Presidente del Senato, è vero. Afferma Schifani: “Eravamo all’Opera di Roma. Muti dirigeva il Nabucco. Alla fine del primo atto, il presidente della Repubblica ci chiese di trasferirci in un salottino riservato…il capo dello Stato, il sottoscritto, il premier Silvio Berlusconi, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il consigliere Bruno Archi, Gianni Letta e Paolo Bonaiuti…Archi ci mise in contatto con il ministro degli Esteri Franco Frattini che era a New York. E Frattini ci dipinse un quadro drammatico…L’Onu aveva votato una risoluzione che istituiva la no fly zone sula Libia. Ma soprattutto Sarkozy ci aveva fatto sapere che l’indomani avrebbe annunciato al mondo l’intervento militare e l’invio dei Mirage su cielo di Tripoli…Il momento era assolutamente drammatico, forse il più drammatico della mia presidenza. Sarkozy ci poneva davanti a una sorta di fatto compiuto: intervenire con la coalizione, che comprendeva Londra e Washington, oppure rimanere ai margini. E ci dava un ultimatum, poche ore per decidere…Una situazione complicata e fu in quel clima di ansia che Napolitano fece il passo decisivo…Napolitano disse testualmente: L’Italia non può rimanere fuori…Berlusconi soffriva, era visibilmente contrariato, stava quasi male. Si capiva benissimo che non condivideva per niente quella posizione…ma il presidente, che era anche il capo supremo delle Forze armate, con quell’ intervento chiuse la discussione. Pollice verso, partita finita.”

Ciò significa che da un lato c’era un Presidente della Repubblica che premeva per l’aggressione di uno Stato col quale avevamo siglato patti di amicizia e di collaborazione economica e dall’altro vi era un Premier incapace di impedire il disattendimento degli accordi siglati con un gesto forte di dissenso, come le dimissioni. Berlusconi, anziché rinunciare all’incarico, ha asseverato le iniziative belliche contro la Libia rendendosi complice del Colle. Le macchie indelebili sono, dunque, ampiamente distribuite tra i protagonisti citati. La cosiddetta “sofferenza” personale di B. non è un’attenuante, semmai è da considerarsi aggravante, perché egli, pur avendo compreso la gravità della situazione, il disonore che ne sarebbe derivato per l’Italia e i rischi internazionali connessi, non si è opposto ai guerrafondai ma si è unito a loro. Se oggi dalla Libia giungono sulle nostre coste migliaia di disperati, ai quali si mescolano anche terroristi, se abbiamo perso affari strategici in quella terra per miliardi di euro e se il caos nel mediterraneo ci minaccia così da vicino, è colpa di tutti loro. In solido. Lo scaricabarile non laverà l’onta. I danni provocati alla nazione saranno un macigno sulla loro memoria. Il Tribunale della Storia non distrugge i nastri.

 

BUGIE SU BUGIE E L’IGNORANZA DEGLI “ANTICOMUNISTI”, di GLG

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/napolitano-coniglio-1428048.html

adesso basta anche con le menzogne di questi superficiali e anche ignoranti “destri”. L’unica cosa corretta riferita nell’articolo è che fu certo Napolitano a volere l’approvazione dell’aggressione a Gheddafi e a sostenere che non si poteva non stare con gli alleati della Nato. Questa stabilì soltanto la “no-fly zone” sulla Libia, ma non riuscì a prendere una decisione chiara sul vero e proprio misfatto, compiuto non solo da Sarkozy (come sembra da questo articolo), ma anche dall’Inghilterra. Inoltre, basta anche con il far finta che tutto ciò era una scelta francese; faceva invece parte della nuova strategia obamiana del caos, in cui si cambiava quella bushiana fondata sull’attacco diretto (vedi Afghanistan 2002 e poi l’Irak 2003 con l’ormai più che documentata balla delle armi di distruzione di massa possedute da Saddam, raccontata da Colin Powell all’ONU, mentre l’allora Ministro degli Esteri francese prendeva nettamente le distanze). La strategia obamiana prevedeva invece l’uso di servitori delinquenziali che, come tutti i soggetti di tale tipo, chiedono certamente di godere alcuni vantaggi (e soprattutto, in quell’occasione, di fregare gli interessi italiani in Libia; e non solo). Tutti scordano che, poco prima che i due sicari partissero contro Gheddafi, navi americane nel Mediterraneo spedirono varie decine di missili a distruggere difese aeree e quel po’ di aviazione della Libia.
Ci si scorda poi che l’“affranto” Berlusconi poteva opporsi nettamente a quell’aggressione (mentre il suo Ministro degli Esteri, Frattini, l’appoggiava apertamente) e non limitarsi a quella frase (pur essa scordata da chi ha memoria corta): “sic transit gloria mundi”, con la quale si accettava vergognosamente e vigliaccamente l’infamia, che avrebbe condotto a quell’autentica macellazione del leader libico. Basta anche con la contraddizione in termini: Napolitano “comunista e filoamericano” (anzi: stalinista e filoamericano). Nessun comunista e stalinista era filoamericano. Conoscevo fior di “amendoliani” (i cosiddetti “miglioristi”); non erano già più comunisti perché in via di netta socialdemocratizzazione, criticavano nettamente il regime politico vigente in Urss, ma nel mondo bipolare stavano comunque con quest’ultima e non con gli Usa. Nel 1969 (vicesegreteria del Pci a Berlinguer, che ne divenne segretario nel 1972), il Pci (e non la parte “migliorista”) iniziò trattative segrete e coperte con gli Usa per quel passaggio di campo (di stampo “badogliano”) che poi compì un bel passo avanti con il viaggio (raccontato ridicolmente come “culturale”) di Napolitano negli Usa, iniziato un po’ dopo che Moro (con la sua bella borsa di documenti mai trovati e mai rivelati dalle BR, ampiamente “infiltrate”) era stato rapito. Infine, con il crollo del campo “socialista” (1989) e dell’Urss (1991), si ebbe la svolta decisiva e scoperta del Pci (che aveva ormai iniziato la sua trafila: Pds-Ds-Pd) divenuto il migliore e più infame segugio degli Stati Uniti, partecipando nel 1999 (governo D’Alema) all’aggressione clintoniana alla Serbia di Milosevic, pur esso definito del tutto impropriamente comunista.
Infine la più incredibile manomissione storica di questo demenziale articolo: Togliatti e Mao che avrebbero spinto la riluttante Urss ad invadere l’Ungheria nella ben nota repressione dell’ottobre 1956. Dopo il XX Congresso del Pcus (febbraio 1956), si erano prodotte all’interno dell’Urss forti divisioni, che portarono l’anno successivo allo scontro aperto. In un primo momento, Molotov, Malenkov, Kaganovic e Scepilov (che era stato fino allora kruscioviano, ma che si era accorto dove portasse la sua politica) riuscirono nel Presidium del partito a sconfiggere (e buttare fuori) Kruscev. Questi ribaltò la situazione convocando il CC del partito; e lì vinse espellendo a sua volta i suddetti quattro. Quelle contraddizioni interne spiegano l’atteggiamento sovietico nell’ottobre ’56 in Ungheria; all’inizio reazione incerta e dopo, quando l’insurrezione si precisò anche nei suoi contorni filo-atlantici (altro elemento che gli anticomunisti viscerali e mentitori scordano), repressione durissima. Figuriamoci se Togliatti e Mao potevano condizionare il “centro” del campo “socialista” (cazzata orba!).
Le contraddizioni interne al Pcus continuarono. Ci fu la pagina di storia da me raccontata nella sua “verità” (non come l’hanno alterata gli ignoranti e in malafede storici di tempi grami come quelli dal 1945 in poi), cioè la crisi di Cuba. Accordo fra Kruscev (bisognoso di un gesto forte di fronte alla fronda interna sempre più robusta) e Kennedy per mettere i missili sovietici nell’isola da poco divenuta castrista. Opposizione interna al presidente americano, accordi (segretissimi) saltati, figuraccia krusceviana, ritiro dei missili e infine, nel giugno 1964, il leader sovietico fu spazzato via. E non terminò lì perché, dopo il ventennio brezneviano, venne un altro “Kruscev”, cioè Gorbaciov. E anche qui mi vanto, di fronte a tutti gli ormai “andati” comunisti (e marxisti) che si crogiolavano con la rifondazione della “via al socialismo”, di avere fin dal 1986 (un anno dopo l’insediamento del mediocrissimo nuovo leader sovietico) previsto (non il quando e il come, ma nella sostanza) l’affondamento dell’Urss.
Per quanto riguarda la Cina di Mao, va ricordato che essa entrò già in dissidio (politico, ma anche come conseguenza di quello teorico e ideologico) con l’Urss dopo il XX Congresso del Pcus. Da quel momento, fu l’intero Pcc in contenzioso con l’insieme della direzione sovietica, non con il solo Kruscev; come dimostra il violento scambio di lettere tra i due comitati centrali dei rispettivi partiti nel 1963. In quell’occasione, il Pcc al completo (anche la parte che, dopo la “rivoluzione culturale” del 1966, fu indicata come “linea nera”, diretta da Liu-sciao-ci, o come diavolo si scrive) si contrappose all’intero gruppo dirigente sovietico. Nel 1957, dopo le prime crepe con l’Urss, Mao scrisse il rilevante “Sulle contraddizioni all’interno del popolo”, in cui cominciava a rivedere la tesi dell’incrollabile unità del paese durante la “costruzione del socialismo”. E quel primo “timido” tentativo finì per teorizzare, appunto con la “rivoluzione culturale”, la continuazione della lotta di classe tra borghesia e proletariato nel partito e nello Stato anche dopo la presa del potere comunista, concludendo che in Urss (e negli altri paesi di quell’area) la prima era tornata al potere e lo stesso rischio correva la Cina precisamente con la “linea nera”.
Questa, anche se necessariamente illustrata per brevi cenni, una storia un po’ più vera e complessiva di quella raccontata da certi giornalisti “di destra”, il cui anticomunismo primitivo conduce a scrivere sciocchezze quasi incredibili. Basta così con questo caldo da sfinimento.
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NON FACILE ORIENTARSI, di GLG

gianfranco

 

 

La Lega Nord è scesa in piazza Santa Croce a Firenze per dire No alla riforma costituzionale promossa dal governo Renzi. Il segretario del Carroccio, dopo aver attacco il presidente del Consiglio e Silvio Berlusconi prima dell’evento, ha lanciato la propria candidatura a premier: “Non c’è più tempo da perdere” [dall’ANSA di qualche giorno fa].

 

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Ho letto pochi giorni fa questa notizia, ma poi sui vari giornali, che citano solo i discorsi fatti durante la manifestazione, non vedo gli attacchi a Berlusconi. Del resto, la confusione è massima. La minoranza piddina si è scissa e, com’è già noto, Cuperlo fa da sponda a Renzi. Maroni sembra che abbia fatto a Firenze un discorso di alleanza con Salvini. Toti di F.I. era lì, ma Parisi si è defilato e i berlusconiani non perdono occasione per far sapere che per loro il capo resta il solito doppiogiochista (rifiutato perfino dal Padreterno che lo aveva ormai in mano). E mentre il “nano” fa sapere che c’è solo qualche apparente somiglianza con Trump giacché lui non è di “destra”, il suo designato, Parisi appunto, polemizza apertamente con chi era a Firenze, sostiene che così si perdono i “moderati” e dichiara esplicitamente che, anche vincesse il NO, non verrebbe chiesto a Renzi di dimettersi; anzi si è disposti a discutere di un possibile accordo “nazionale”.

E’ del tutto evidente che Berlusconi si comporta come all’epoca dell’aggressione alla Libia. Si piegò fino al pavimento davanti a Obama, disse per pura forma che aveva perplessità su quell’operazione ma pronunciò il “sic transit gloria mundi”, lasciando che massacrassero colui che aveva ricevuto a Roma con tutti gli onori nemmeno un anno prima. Solo quando in Libia si è constatato il caos creato dall’operazione Usa con i suoi sicari europei, il traditore ha cominciato a sostenere che l’aveva previsto, che era contrario, ecc. Non parliamo del fatto che, pur mettendo in giro l’altra balla d’essere stato liquidato quale premier contro la sua volontà, in realtà ha pienamente accettato di mettersi da parte su ordine del rappresentante Usa in Italia, che diede il governo a Monti, cui seguirono Letta e infine Renzi. E il vile ha sempre finto una “responsabile” opposizione a quest’ultimo; in realtà, un effettivo sostegno, tradendo continuamente i suoi pretesi “alleati” (ricordarsi sempre del suo comportamento alle elezioni a Roma, dove riuscì a fottere la Meloni con un candidato burletta).

Bisogna mettersi finalmente in testa che questo “badogliano” è l’autentico intralcio di chi vuole un minimo di rinnovamento in Italia. Renzi si presenta per quello che è, costui è invece un vigliacco, un mestatore, uno che sta preparando l’appoggio non tanto al Pd (partito anch’esso ormai superato nei fatti), bensì proprio a coloro (ambienti politici ed economici) che intendono creare un regime soffocante e prendi tutto. Un regime ancora peggiore di quello democristiano, senza poi considerare che non ci saranno uomini di un qualche valore (come ce n’erano nella prima Repubblica), ma solo nanetti cattivi e pericolosi del tipo di Renzi e le sue Ministre e viscidi intriganti come il vegliardo che paga le giovanette per prestazioni varie.

Da questo punto di vista, è indubbio che l’elezione di Trump alla presidenza degli Usa (se non assisteremo a strani capovolgimenti della “grande democrazia”, ma ne dubito almeno per il momento) ha creato molti grattacapi a quello che è il reale progetto portato avanti, con contatti segreti e fingendo di essere opposti l’uno all’altro, da Renzi e Berlusconi. Questo progetto – per cui lavorano nemmeno tanto nell’ombra personaggi come Gianni Letta e Confalonieri – è di arrivare a qualcosa che assomigli a quel “partito della nazione”, di cui si era già vociferato un bel po’ di tempo fa. Con la Clinton, tutto sarebbe andato liscio; e anche la polemica di Renzi con gli organi della UE, del tutto consentita e perfino spinta da Obama (e che sarebbe stata senz’altro approvata pure dalla prevista “successora”), era funzionale ad ingannare molti antieuropeisti (alcuni falsi e pericolosi, ma altri decisi effettivamente in tal senso).

Adesso, i vertici della UE sbandano e le dichiarazioni di Juncker contro Trump ne sono un evidente segno; sono stati presi alla sprovvista. Non mi lancio però per il momento in supposizioni premature. E’ in ogni caso chiaro che nella UE era appoggiata la politica del caos obamiana; e anche così si spiega l’atteggiamento benevolo della Merkel verso gli immigrati, una delle manovre per creare disgregazione sociale nei principali paesi europei al fine di favorire certi gruppi predominanti statunitensi assieme ai “cotonieri” dalle nostre parti (e il TTIP, visto con disfavore da Trump, era in fondo qualcosa in linea con simile politica).

Adesso, questi servi, abituati all’ormai abitudinario strisciare di fronte a dati vertici degli Stati Uniti, hanno paura che tutto venga rimesso in discussione. Non credo verrà meno, nella sostanza, la volontà d’oltreatlantico di “influenzare” la UE; tuttavia, non è escluso che i nuovi ambienti statunitensi al comando – se ce ne sono di ben precisi e in fase di consolidamento – potrebbero decidere di avere nel nostro continente altri referenti, meno impopolari di quelli attuali ormai aborriti da consistenti fasce di popolazione. Passata la prima reazione scomposta di smarrimento, gli attuali dirigenti europei tenteranno di riprendere la fiducia anche degli eventuali diversi dominanti Usa. E’ tutto da vedere.

Le forze effettivamente autonomiste in Europa, che finora hanno agito con spirito troppo tatticistico (soprattutto in Italia), dovrebbero essere molto più chiare e nette nel dire che non si accetterà più la direzione degli Stati Uniti. Se Trump mantiene certe idee di allentamento della presa in Europa (anche attraverso la Nato), bene. Se vorrà favorire un certo rapporto con la Russia, ancora meglio. In ogni caso, le forze veramente autonomiste devono prendere in mano la situazione e pretendere, senza alcuna “timidezza”, che Trump segua sul serio quanto dichiarato. Inoltre, è indispensabile attaccare con estrema durezza le forze dette “progressiste”, che finora ci hanno condotto al più avvilente servaggio, e indirizzarsi a nuovi e fattivi rapporti con la Russia. La si smetta di cianciare, come ha fatto in questi giorni proprio Salvini, di liberarsi della stretta dei poteri finanziari. I poteri da contestare e respingere sono quelli provenienti dai vertici statunitensi, quelli attivi dalla fine della guerra mondiale ad oggi; e soprattutto quelli che hanno approfittato del crollo del sedicente campo “socialista”.

E adesso vediamo un po’ chi ha vera coerenza nel parlare della nostra indipendenza!

ECONOMIA SI’, MA PRIMA LA SFERA D’INFLUENZA, di GLG

gianfranco

Qui

Interessante questo documento relativo alla selvaggia e infame aggressione a Gheddafi. Tuttavia, mi permetto di sollevare una piccola obiezione. Bisogna guardare meno alle motivazioni economiche e assai di più a quelle politiche Certamente, le prime vanno sempre prese in considerazioni, ma soprattutto in funzione di una più ampia visione relativa alla conquista e mantenimento delle cosiddette “sfere d’influenza”. Senza la capacità di conservare queste, si guasta pure il predominio nei mercati e si indeboliscono le industrie e settori produttivi che riforniscono questi ultimi. La Francia di Sarkozy (e non diversamente agisce quella odierna) ha senz’altro approfittato delle esigenze Usa in merito al predominio mondiale per conseguire alcuni suoi interessi assai più limitati, ma per essa rilevanti; quelli indicati correttamente, a mio avviso, nel documento inserito all’inizio. Gli Stati Uniti hanno permesso l’aggressione alla Libia, e probabilmente fornito informazioni sulle intenzioni di Gheddafi, dando poi un “aiutino” militare per null’affatto solo complementare, pur se si è lasciato l’intervento diretto e le azioni più nefaste ai sicari francesi e inglesi.

L’azione in Libia e le altre (Tunisia, Egitto) in nord Africa non vanno disgiunte da quelle in Irak, in Siria (nelle zone dove adesso, proprio come in Libia, si combatte l’Isis, creatura degli americani e di altri loro sicari); e tutte vanno collegate perfino all’Ucraina, alle provocazioni Nato in atto e a quelle progettate per il 2018 (con partecipazione degli italiani, servi così servi da essere stati sfavoriti rispetto ai francesi, restando sempre proni al volere del padrone). A cosa serve tutto questo agire americano? Come mai si sono liquidati perfino regimi (tipo quelli di Mubarak e Ben Alì) del tutto schierati con l’occidente (cioè con gli Usa), sollevando le false rivolte popolari della “primavera araba”? Appoggiata, non scordiamolo mai, dalle forze dette di “sinistra”, anche da quelle che blaterano ancora di antimperialismo, le più infami di tutte.

Adesso si comincia a capirlo meglio. Indubbiamente, gli Stati Uniti hanno dato spazio ad alcuni interessi dei paesi subordinati della loro principale sfera d’influenza: l’Europa, conquistata interamente con il crollo dell’Urss. L’importante è non perdere il controllo, anche (e soprattutto) militare, di un’area di rilevanza primaria, malgrado tutte le devianti menzogne sul principale interesse americano per l’Asia. Nemmeno l’America Latina (assai più vicina e di facile manovrabilità ormai) ha l’importanza dell’Europa. Malgrado la Dc (e la Merkel), la Germania è forse meno “tranquilla” di quanto appare a noi, così disinformati come siamo. Forse gli Stati Uniti hanno preoccupazioni in quella direzione; e potrebbero avvertire alcuni pericoli pure in Francia. In ogni caso, stanno attuando una politica tesa ad impedire ogni avvicinamento tra alcuni importanti paesi europei e la Russia; sperando magari che ciò metta in crisi quest’ultima, favorendo qualche sommovimento, magari l’arrivo di un altro “Gorbaciov” capace di annientarla nuovamente.

Pian piano, non è escluso che si comincino a capire meglio i giochi statunitensi. E credo che sarebbero diversi, ma non con differente obiettivo di fondo, se vincesse Trump invece della Clinton. Non penso venga abbandonata l’Europa e si lasci libero corso ad un eventuale asse Mosca-Berlino. Si rafforzerebbero le “truppe d’occupazione” di terra; si lascerebbero in sordina le operazioni diversive e “caotiche” miranti a mettere sulla difensiva la Russia, a far aumentare le sue attenzioni guardandosi un po’ dappertutto intorno, a cercare di provocare qualche sua crisi interna “gorbacioviana”, ecc. E’ ovvio che Putin preferisca in ogni caso Trump; fa spendere di meno, e non solo in risorse, ma in preoccupazioni, in contrasti più accesi di Intelligence, in necessità di guardarsi meglio all’interno. E potrebbe essere più prudente ad oriente, senza avvicinarsi troppo alla Cina di cui non penso si fidi ciecamente. Staremo comunque a vedere; il gioco è sempre più contorto, e dunque stuzzicante proprio perché meno comprensibile.

QUALCHE POSSIBILITA’? di GLG

gianfranco

 

 

Qui da Il Giornale

 

mi sembra si accumulino le prove che la stagione dell’Isis è quanto meno in discussione. Gli Usa stanno cercando di dimostrare che lo combattono (dopo averlo alimentato; esattamente lo stesso comportamento avuto con Al Qaeda e Bin Laden). L’importante è che non riescano bene nell’intento. Al momento, l’atteggiamento di Erdogan (e dei suoi “rivali” iraniani), ben orientato sia pure tatticamente (non illudiamoci) verso la Russia e quindi tale da lasciare respiro ad Assad, sembra sommarsi alle difficoltà della Nato in Libia. Il governo da questa (cioè dagli Usa) patrocinato non sembra gran che ben visto. In tutta la zona quindi – dal nord Africa al Medioriente – si avverte una certa difficoltà statunitense. E quindi non è, almeno al momento, ben controllata quell’area che è fondamentale per tenere sotto il tallone l’Europa tramite quello schifo di organizzazione chiamata UE. Il grave è la carenza, nella nostra area, di forze duramente orientate a conquistare una propria autonomia dai peggiori governanti di tutti i tempi; cioè gli americani, tanto “democratici” da uccidere e massacrare a man bassa. E’ drammatica quest’assenza di forze credibili nella nostra area; e, d’altra parte, è spiegabile con un predominio Usa che dura da 70 anni. Sarà dura eliminare tutti i loro sostenitori, a partire dalla infame e meschina “sinistra antifascista”. Senza questa eliminazione, radicale e curata nei minimi particolari, non ci libereremo di quel paese delinquenziale, pur in una situazione non del tutto sfavorevole come l’attuale, che potrebbe poi mutare e lasciare meno spazio alla nostra liberazione: quella vera non quella che ci hanno raccontato tramite menzogne durate ormai troppo a lungo.

Libia: la guerra delle milizie di Bernard Lugan

Libye : la guerre des milices

Traduzione di Giuseppe Germinario
In calce il testo originale
Publié par Bernard Lugan le 5 janvier 2012 dans Articles – 1 commentaire

Ci sono voluti i combattimenti di Martedì 2 e Mercoledì 3 gennaio perché la stampa francese decidesse finalmente di riconoscere lo scontro di milizie in Libia, in particolare a Tripoli. L ‘”analisi” confuse dei media francesi non permettono di vedere con chiarezza qual è la situazione sul campo?
Tripoli è la posta di una lotta tra quattro fazioni principali:
1.    I miliziani della città di Misurata, coloro che hanno linciato a morte ignominiosamente il colonnello Gheddafi, rifiutano di lasciare la capitale, dove fungono in qualche maniera da guardia del corpo del ministro degli Interni, Faouzi Abdelal, lui stesso nativo di Misurata.  Tra queste milizie e coloro che sostengono il Consiglio nazionale di transizione (CNT) si svolge il combattimento in corso. Nel tentativo di conciliazione con Misurata, il debole e impotente CNT ha nominato un altro nativo di quella città, il generale Youssef al-Mankouch, capo di stato maggiore di un esercito fantasma con il compito di integrare le varie milizie. Non è vietato sognare.
2.    Le milizie islamiche di Tripoli, le principale di esse costituiscono il braccio armato del CNT,  supportate dal Qatar, cercano attualmente di affermarsi nella capitale cercando di prendere il controllo della strada per l’aeroporto internazionale attualmente sotto il controllo della milizia di Zenten.
3.    La milizia Zenten, presentata  dalla stampa come araba è in realtà autenticamente berbera. Zenten è d’altronde un nome berbero, perché è la deformazione di Z’nata o Zenete, uno dei principali componenti del popolo Amazigh. Questa “tribù” berbera arabofona occupa una parte del (Adrar in berbero) Jebel Nefusa intorno alla città di Zenten. L’attuale Ministro della Difesa, Osama Joule è di Zenten. La milizia detiene Seif al-Islam, figlio del colonnello Gheddafi, trattato con rispetto e considerazione.
4.    Nel resto del Jebel Nefusa e nella città costiera di Zuwara vivono i cugini dei precedenti, anche essi berberi, ma di lingua berbera e con una loro milizia. Se quella berbera costituisce solo poco più del 10% della popolazione di tutta la Libia, raggiunge almeno il 20% di quella di Tripolitania; cosa che consente loro un peso regionale significativo. Pur avendo avuto un ruolo militare decisivo nella presa di Tripoli, oggi sono i grandi perdenti della nuova situazione politica poiché, come prima della caduta del regime di Gheddafi, si trovano di fronte ad un nazionalismo arabo-musulmano che nega la loro esistenza. Nessun ministro del nuovo governo è berbero.
In questo imbroglio politico tribale, il CNT, stranamente riconosciuto come l’unico rappresentante di tutti i libici dalla Francia, seguita in questo dalla comunità internazionale, sembra isolato e impotente. Il suo solo margine di manovra consiste nel dare pegno agli uni, cercando di non alienarsi gli altri. Per ora ha fatto cilecca perché  contro di esso sono già i berbero foni come pure la frazione di Tripoli dei Warfalla il cui cuore è nella città di Bani Walid. Il grande pericolo che minaccia il CNT sarebbe la formazione di un’alleanza degli scontenti che comprenderebbero oltre alle milizie di Zenten e di Jebel Nefusa, la frazione di Tripoli dei Warfalla e le tribù della regione di Sirte e Sebha, le quali non hanno dimenticato il trattamento vergognoso che è stato riservato al colonnello Gheddafi. Senza contare che a Sud,  i Tuareg e i Tubu non hanno mai mostrato sentimenti particolarmente amichevoli nei confronti delle nuove autorità libiche.
In Libia, tutto è probabilmente solo all’inizio. Sarebbe stato opportuno analizzare in profondità la situazione prima di cedere alle ingiunzioni mediatiche di BHL (Bernard Henry Levy) e buttarsi a capofitto nella trappola del cosiddetto intervento umanitario.
Questi punti saranno sviluppati nel numero de l’Afrique Réelle che verrà inviato agli abbonati il 15 gennaio.

Bernard Lugan
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Libye : la guerre des milices
Publié par Bernard Lugan le 5 janvier 2012 dans Articles – 1 commentaire

Il aura fallu les combats du mardi et du mercredi 2 et 3 janvier pour que la presse française se décide enfin à reconnaître que les milices s’affrontent en Libye, notamment à Tripoli. Les « analyses » confuses des médias français ne permettant pas d’y voir clair, quelle est donc la situation sur le terrain ?
Tripoli est l’enjeu d’une lutte entre quatre principales factions armées :
1.    Les miliciens de la ville de Misrata, ceux qui ont ignominieusement lynché à mort le colonel Kadhafi, refusent de quitter la capitale où ils constituent en quelque sorte la garde rapprochée du ministre de l’Intérieur, Faouzi Abdelal, lui-même originaire de Misrata. C’est entre ces miliciens et ceux qui soutiennent le Conseil national de transition (CNT), que se déroulent les actuels combats. Pour tenter de se concilier Misrata, le faible et impuissant CNT vient de nommer un autre originaire de cette ville, le général Youssef al-Mankouch, chef d’état-major d’une armée fantôme avec pour tâche d’intégrer les diverses milices. Il n’est pas interdit de rêver.
2.    Les milices islamistes de Tripoli, dont les principales constituent le bras armé du CNT et qui sont soutenues par le Qatar, cherchent actuellement à s’imposer dans la capitale tout en tentant de prendre le contrôle de la route menant à l’aéroport international qui est sous le contrôle de la milice de Zenten.
3.    La milice de Zenten que la presse présente comme arabe est authentiquement Berbère. Zenten est d’ailleurs un nom berbère puisqu’il s’agit de la déformation de Z’nata ou Zénète, l’une des principales composantes du peuple amazigh. Cette « tribu » berbère arabophone occupe une partie du djebel (Adrar en berbère) Nefusa, autour de la ville de Zenten. L’actuel ministre de la défense, Oussama Jouli est de Zenten. Cette milice détient Seif al-Islam, le fils du colonel Kadhafi, qu’elle traite avec égards et même considération.
4.    Dans le reste du jebel Nefusa ainsi que dans la ville côtière de Zuwara vivent les cousins des précédents qui, eux aussi sont des Berbères, mais des Berbères berbérophones et qui disposent de leur propre milice. Si les berbérophones ne constituent qu’un peu plus de 10% de la population de toute la Libye, ils totalisent au moins 20% de celle de la seule Tripolitaine ce qui leur donne un poids régional considérable. Alors qu’ils eurent un rôle militaire déterminant dans la prise de Tripoli, ils sont aujourd’hui les grands perdants de la nouvelle situation politique car, comme avant la chute du régime Kadhafi, ils se retrouvent face à un nationalisme arabo-musulman niant leur existence. Aucun ministre du nouveau gouvernement n’est berbérophone.
Dans cet imbroglio politico tribal, le CNT, insolitement reconnu comme le seul représentant de tous les Libyens par la France suivie par la communauté internationale, parait bien seul et bien impuissant. Sa seule marge de manœuvre est de donner des gages aux uns en essayant de ne pas s’aliéner les autres. Pour le moment, son coup est raté car il a déjà contre lui les berbérophones ainsi que la fraction tripolitaine des Warfalla dont le cœur est la ville de Bani Walid. Le grand danger qui menace le CNT serait la constitution d’une alliance des mécontents qui engloberait outre les milices de Zenten et du jebel Nefusa, la fraction tripolitaine des Warfalla ainsi que les tribus de la région de Syrte et de Sebha lesquelles n’ont pas oublié le traitement ignominieux qui fut réservé au colonel Kadhafi. Sans compter qu’au Sud, les Touaregs et les Toubou n’ont jamais manifesté de sentiments particulièrement amicaux à l’égard des nouvelles autorités libyennes.
En Libye, tout ne fait sans doute que commencer. Il eut été sage d’analyser la situation en profondeur avant de céder aux injonctions médiatiques de BHL et de foncer tête baissée dans le piège de l’ingérence dite humanitaire.
Ces points seront développés dans le numéro de l’Afrique Réelle qui sera envoyé aux abonnés le 15 janvier prochain.
Post scriptum à l’attention des journalistes qui pillent mes communiqués sans jamais citer leur source : ce texte contient une erreur volontaire…
Bernard Lugan
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Libia: situazione al 25/11/11


Pubblicato da Bernard Lugan 27 Nov 2011 su realpolitik.tv

Traduzione di Giuseppe Germinario, con l’autorizzazione dell’autore

 

In Libia la guerra dei clan si svolge ormai in campo aperto in Tripolitania, dove cinque grandi forze sono presenti a Sirte, a Misurata, a Bani Walid, nel Jebel Nefusa, a Zenten e Tripoli:
– Le tribù della regione della Sirte hanno interrotto i combattimenti schiacciati dalle bombe della NATO, ma sono rimaste fedeli. Ora che l’aviazione occidentale è ritornata alle sue basi, alcuni sono pronti a riprendere la lotta contro il CNT.
– Le milizie di Misurata, quelle che hanno catturato e linciato il colonnello Gheddafi, rifiutano qualsiasi altra autorità diversa dai loro leader. Tutti i componenti della Tripolitania, tra cui gli islamisti di Tripoli, li odiano.
– A sud di Misurata, intorno a Bani Walid, la frazione della Tripolitania della tribù dei Warfalla, circa 500 000 membri, rimane sempre fedele al vecchio regime.
– Nella regione di Tripoli, i combattimenti tra le due milizie berbere del Gebel Nefusa e di Zenten da una parte e gli islamisti del Consiglio Militare di Tripoli (TMC) dall’altra, hanno registrato una accelerazione negli ultimi giorni.

Un evento della massima importanza si è verificato il 25 novembre scorso con l’arresto all’aeroporto di Tripoli di Abelhakim Belhaj, il capo del TMC, mentre sotto falsa identità, ha cercato di partire in missione in Turchia. L’arresto, da parte delle brigate di Zenten, di questo vecchio fondamentalista combattente in Afghanistan, sostenuto dal Qatar, segna un punto di svolta nell’evoluzione della guerra in Libia. Perché questa partenza rocambolesca? Si è sentito minacciato e ha preso il volo? E’ andato in missione segreta in Turchia? L’arresto segna l’inizio del rifiuto della onnipresenza opprimente delle forze e degli agenti del Qatar; molti libici si chiedono se il loro paese non sia diventato una colonia del questo emirato ricchissimo, ma scarsamente popolato il cui esercito è composto da mercenari?

Abelhakim Belhaj è stato rilasciato grazie ad un appello dal presidente del CNT, Mustafa Abdul Jalil.

Il problema di fondo che gli osservatori ancora una volta  non hanno visto e che alcuni vogliono ancora una volta riprendere, naturalmente senza citarmi, pur avendo letto la mia dichiarazione, è che i berberi hanno deciso di giocare la loro carta. Gran perdenti – come dicevo – nella nuova situazione politica, si trovano infatti, come prima della caduta del regime di Gheddafi, di fronte a un nazionalismo arabo-musulmano che nega la loro esistenza. Nessun ministro del nuovo governo è berbero, mentre le loro due brigate hanno costituito gli unici elementi militari operativi della ribellione. Di fronte a questa situazione, il 25 novembre, la Conferenza dei libici di Amazigh (berbero) ha sospeso le relazioni con il CNT.

Militarmente, i Berberi sembrano avere preso il controllo di una parte della città di Tripoli, compreso l’aeroporto. Altro vantaggio, sono titolari della detenzione di Seif al-Islam Gheddafi  da loro trattato con riguardo e anche con rispetto. Un tale atteggiamento non è insignificante perché è in contrasto con il trattamento ignominioso inferto a suo padre da parte della milizia Misurata  e per il quale molti libici hanno giurato vendetta.

Se il governo attuale non è soddisfacente per i berberi i quali costituiscono circa il 10% dei 6 milioni di libici, un’alleanza rivolta sia contro il CNT che contro Misurata e che includa le loro milizie, la frazione di Tripoli dei Warfalla e le tribù della regione di Sirte, potrebbe arrivare a costituirsi. Senza colpo ferire arriverebbe a impadronirsi della Tripolitania, essendo Misurata l’unica in grado di resistere temporaneamente.  Per non parlare del Sud, dove i Tuareg e i Tubu sono rimasti fedeli alle loro alleanze passate.

Per quanto riguarda la Cirenaica è ormai sotto il diretto controllo degli islamisti; di fatto è sfuggita alle autorità di Tripoli.

Libye : point de situation au 25/11/11

Tratto da http://www.realpolitik.tv/2011/11/libye-point-de-situation-au-251111/ , con l’autorizzazione dell’autore.

A presto la traduzione in italiano

À propos de l’auteur

Bernard Lugan

Universitaire africaniste, Bernard Lugan aborde les questions africaines sur la longue durée en partant du réel, à savoir la Terre et les Hommes. Pour lui, il convient de parler des Afriques et non de l’Afrique, et des Africains, donc des peuples et des ethnies, et non de l’Africain, terme aussi vague que réducteur. Après plus de trente années d’expériences de terrain et d’enseignement universitaire en Afrique, il fut notamment professeur durant dix ans à l’université nationale du Rwanda, il mène actuellement des activités multiples : édition d’une revue africaniste diffusée par internet (www.bernard-lugan.com), direction d’un séminaire au CID (Ecole de Guerre), conseil auprès de sociétés impliquées en Afrique. Il est également expert pour l’ONU auprès du TPIR (Tribunal International pour le Rwanda) qui siège à Arusha, en Tanzanie.

 

Publié par Bernard Lugan le 27 novembre 2011 dans Articles2 commentaires

En Libye la guerre des clans se déroule désormais au grand jour en Tripolitaine où cinq grandes forces sont présentes à Syrte, à Misrata, à Bani Walid, dans le jebel Nefusa et à Zenten et à Tripoli :
– Les tribus de la région de Syrte ont cessé le combat écrasées sous les bombes de l’Otan mais elles ont conservé leurs fidélités. Maintenant que l’aviation occidentale a regagné ses bases, certaines sont prêtes à reprendre la lutte contre le CNT.
– Les milices de Misrata, celles qui capturèrent et lynchèrent le colonel Kadhafi, refusent toute autre autorité que celle de leurs chefs. Toutes les composantes de Tripolitaine les haïssent, y compris les islamistes de Tripoli.
– Au sud de Misrata, autour de Bani Walid la fraction tripolitaine de la tribu des Warfalla, soit environ 500 000 membres, est toujours fidèle à l’ancien régime.
– Dans la région de Tripoli, les combats entre les deux milices berbères du djebel Nefusa et de Zenten d’une part et les islamistes du Tripoli Military Council (TMC) d’autre part, ont connu une accélération ces derniers jours.

Un évènement de très grande importance s’est produit le 25 novembre avec l’arrestation à l’aéroport de Tripoli d’Abelhakim Belhaj, chef du TMC alors que, sous une fausse identité, il tentait de s’envoler pour la Turquie. L’arrestation par la brigade de Zenten de ce fondamentaliste ancien combattant d’Afghanistan soutenu par le Qatar, marque un tournant dans l’évolution de la situation libyenne. Pourquoi se départ rocambolesque ? Se sentait-il menacé et prenait-il la fuite ; se rendait-il en mission secrète en Turquie? Cette arrestation marque t-elle le début du rejet de l’oppressante omniprésence des forces et des agents du Qatar, nombre de Libyens se demandant si leur pays n’est pas devenu une colonie de cet émirat richissime mais sous-peuplé dont l’armée est composée de mercenaires ?

Abelhakim Belhaj a été libéré sur appel du président du CNT, Mustapha Abdel Jalil.

Le fond du problème que les observateurs n’ont une fois de plus pas vu, et que certains vont une fois de plus reprendre, naturellement sans me citer, et cela dès qu’ils auront lu mon communiqué, est que les Berbères ont décidé de jouer leur carte. Grands perdants – comme je l’avais annoncé -, de la nouvelle situation politique, ils se retrouvent en effet, comme avant la chute du régime Kadhafi, face à un nationalisme arabo-musulman qui nie leur existence. Aucun ministre du nouveau gouvernement n’est Berbère alors que leurs deux brigades constituèrent les seuls éléments militairement opérationnels de la rébellion. Face à cette situation, le 25 novembre, la Conférence Libyenne des Amazighs (Berbères) a suspendu ses relations avec le CNT.

Militairement, les Berbères semblent avoir pris le contrôle d’une partie de la ville de Tripoli, dont l’aéroport. Autre atout, ils détiennent Seif al-Islam Kadhafi qu’ils ont traité avec considération et même respect. Une telle attitude n’est pas innocente car elle contraste avec les traitements ignominieux que les miliciens de Misrata firent subir à son père et que nombre de Libyens ont juré de venger.

Si l’actuel gouvernement ne donne pas satisfaction aux Berbères qui constituent environ 10% des 6 millions de Libyens, une alliance tournée à la fois contre le CNT et contre Misrata et qui engloberait leurs milices, la fraction tripolitaine des Warfalla ainsi que les tribus de la région de Syrte, pourrait être constituée. Ce serait sans coup férir qu’elle s’emparerait de la Tripolitaine, seule Misrata étant capable de résister un moment. Sans compter qu’au Sud, les Touaregs et les Toubou sont eux aussi restés fidèles à leurs alliances passées.

Quant à la Cyrénaïque qui est aujourd’hui sous le contrôle direct des islamistes, elle a de fait échappé aux autorités de Tripoli.

Bernard Lugan, le 25/11/2011

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